Ritorno tra i banchi e non solo. Il burnout genitoriale ricomincia a settembre?

Ritorno tra i banchi e non solo. Il burnout genitoriale ricomincia a settembre?

Ritorno tra i banchi e non solo. Il burnout genitoriale ricomincia a settembre?

Il ritorno sui banchi e la ripresa delle attività extrascolastiche sono un impegno che non riguarda soltanto bambini e ragazzi. Per molte famiglie significa riorganizzare tempi, lavoro, attività e anche spese. Secondo le stime soffre di burnout genitoriale il 5% dei genitori, ma il fenomeno è più forte nei Paesi occidentali, con una cultura più individualista e perfezionista.

Suonano le campanelle delle scuole di tutta Italia. Qualcuno ha già iniziato, a molti è toccato oggi e altri ragazzi e bambini torneranno sui banchi entro il fine settimana. Spesso sono giorni emozionanti e felici, dopo la pausa estiva che spesso ha tenuto distanti i compagni di classi. Ma per molte famiglie l’inizio del nuovo anno accademico segna il via a una macchina organizzativa che durante l’estate si era almeno in parte fermata: sveglie anticipate, iscrizioni, compilazioni di moduli, zaini da preparare, merende e mese, accompagnamenti, compiti, attività pomeridiane, comunicazioni della scuola e incastri con gli orari di lavoro. Un calendario che ricomincia a riempirsi e che spesso ha un protagonista invisibile: il genitore che deve ricordare, organizzare, prevedere, provvedere e risolvere anche gli imprevisti.

È anche dentro questa quotidianità che spesso nasce il burnout genitoriale. Ma attenzione: non significa essere semplicemente stanchi dopo una settimana difficile. Il burnout è una condizione clinica distinta dallo stress genitoriale e dal burnout lavorativo, caratterizzata da esaurimento emotivo e fisico legato al ruolo genitoriale, spesso dal distacco emotivo nei confronti dei figli, dalla perdita di soddisfazione nel ruolo e dal contrasto nella rappresentazione del sé come genitore.

“Un certo grado di stress fa parte della vita di ogni genitore. Le notti insonni, gli impegni che si sovrappongono, il lavoro, la casa, le preoccupazioni economiche, i figli che crescono e cambiano bisogni: nessuno attraversa la genitorialità senza fatica. Lo stress, entro certi limiti, è normale e persino fisiologico. Il problema nasce quando questa pressione diventa cronica e non trova compensazione”, spiega Terre Des Hommes che al fenomeno ha recentemente dedicato uno spazio sul proprio sito web.

A raccontare il contesto nel quale questo possibile sovraccarico si inserisce sono anche i dati ISTAT. Non misurano direttamente il burnout, ma fotografano il carico del “lavoro familiare”. Nel 2024, nei giorni festivi, le donne hanno avuto in media 4 ore e 28 minuti di tempo libero, contro le 5 ore e 10 minuti degli uomini. Nello stesso periodo hanno dedicato al lavoro domestico e alla cura della famiglia 3 ore e 52 minuti al giorno, contro le 2 ore e 35 minuti degli uomini. Gli uomini riferiscono più spesso di essere soddisfatti della qualità del tempo libero (74,1% contro 68,9% delle donne), mentre non emergono significative differenze di genere in merito alla quantità.

Anche il rapporto con il lavoro racconta una distribuzione diseguale del carico. Secondo dati ISTAT-CNEL, tra i 25 e i 54 anni il part-time riguarda il 31,3% delle donne e il 6,6% degli uomini. In presenza di figli la distanza aumenta: è in part-time il 36,7% delle madri, contro il 4,6% dei padri. Oltre la metà delle madri occupate part-time indica inoltre la cura dei figli o altre ragioni familiari tra i motivi della scelta.

Fra i genitori occupati con figli minori di 15 anni il 35,9% delle madri e il 34,6% dei padri lamentano problemi di conciliazione tra il lavoro e la famiglia.

Pur mancando anche in questo caso una correlazione diretta con il burn out, altri dati Istat mostrano come anche la disponibilità di risorse economiche cambiano concretamente il carico (anche di stress) che una famiglia deve sostenere. Nel 2025 il rischio di povertà o esclusione sociale era più alta per le coppie con figli. In particolare, del 31,6% per i monogenitori, del 17,4% per le coppie con un figlio, del 20,6% se di figli ne avevano due, del 30,6% pe le coppie con tre o più figli; era invece del 16% tra le coppia senza figli.

Secondo le stime citate nelo studio Parental Burnout Around the Globe, circa il 5% dei genitori nel mondo soffrirebbe di burnout genitoriale, con una prevalenza maggiore nel paesi occidentali dove la cultura è risulta più individualistica. Ma anche le aspettative della comunità giocano un forte contributo: “I risultati attuali si accordano con le osservazioni dei sociologi secondo cui le norme relative alla genitorialità nei paesi euro-americani (ovvero quelli più individualisti) sono diventate sempre più esigenti negli ultimi 50 anni (Geinger et al., 2014; Nelson, 2010), portando a un’intensificazione dell’investimento genitoriale (Faircloth, 2014; Glausiusz, 2016; Hays, 1996; Nelson, 2010) e a una crescente pressione psicologica sui genitori (Rizzo et al., 2013)”, si legge nello studio. Che aggiunge: “Cosa mangiano i figli, come vengono educati, dove dormono, come giocano con i genitori: tutte queste questioni hanno assunto una forte connotazione politica e morale (Faircloth, 2014, p. 27). Le aspettative nei confronti dei genitori si sono evolute drasticamente negli ultimi 50 anni, al punto che coloro che un tempo sarebbero stati considerati genitori bravi e attenti oggi verrebbero giudicati, nella migliore delle ipotesi, negligenti”.

14 Settembre 2026

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