Troppi cesarei in Italia? Sì, ma se si considerano solo i “primari” siamo vicini alla media UE

Troppi cesarei in Italia? Sì, ma se si considerano solo i “primari” siamo vicini alla media UE

Troppi cesarei in Italia? Sì, ma se si considerano solo i “primari” siamo vicini alla media UE
Il dato emerge dall’ultima rilevazione dell’Agenas che ha eliminato dalle classifiche i cesarei ripetuti. La nuova graduatoria presenta diverse sorprese rispetto ai tradizionali dati del Cedap che raccolgono invece il totale dei cesarei effettuati.

Troppi cesarei in Italia. Un allarme lanciato da anni e ribadito a Messina dal ministro della Salute Ferruccio Fazio. Commentando la lite tra ginecologi che avrebbe ritardato la procedura di parto con conseguenze sulla salute della mamma e del bambino (nato con il cesareo), il ministro ha ricordato come questo grave evento sia avvenuto in una Regione che è già agli ultimi posti per assistenza alla maternità, con oltre il 53% dei bambini nati con parto cesareo contro la media italiana del 37,4% registrato nell’anno 2006. Il tasso più alto in Europa, che oscilla dal 15% dell'Olanda al 27% della Germania. Il record negativo, nel nostro Paese, spetta alla Campania, dove circa il 60% dei bambini nasce con taglio cesareo.
 
I dati, rilanciati sulle pagine di tutti i quotidiani all’indomani del fatto di Messina, fanno riferimento all’ultimo Rapporto Cedap (Certificato di assistenza al parto) pubblicato dal ministero della Salute. Oggi, però, esistono nuovi dati. Che presentano diverse sorprese. Utilizzando il nuovo sistema di rilevazione esiti messo a punto dall’Agenas, infatti, la media nazionale scende dal 37,4 al 29% e la Campania vede ridurre la sua proporzione di cesarei al 36% (contro il 60,8% registrato dal Cedap), cioè dietro ad Abruzzo (40% per l’Agenas, 43,4% per il Cedap), Sicilia (39% per l’Agenas e 52,9% per il Cedap), ma anche dopo la Puglia (38% per l’Agenas e 48,9% per il Cedap), e addirittura quasi al pari della Liguria (35% sia per l’Agenas che per il Cedap).
 
Il nuovo sistema di valutazione, presentato a Roma nella primavera scorsa insieme ad alcuni risultati preliminari, nasce da una task force voluta dal Ministro Fazio e istituita presso l’Agenas per sviluppare un metodo basato non più sui dati grezzi, ma su valori parametrati che permettono di confrontare gli esiti indipendentemente dalle caratteristiche variabili dei pazienti che le strutture prendono in cura (età, patologie croniche ecc.). Con il dato “aggiustato”, in pratica, è possibile confrontare le strutture a parità di rischio.
 
Per quanto riguarda i cesarei, inoltre, fino ad oggi il tasso veniva calcolato sulla base di tutti i cesarei effettuati, quindi anche quelli ripetuti. Tuttavia, nel 90% dei casi una donna che ha avuto un precedente cesareo viene sottoposta al taglio anche per i parti successivi (peraltro spesso senza reali ragioni cliniche), con le uniche eccezioni – rileva l'Agenas – della provincia autonoma di Trento e del Friuli dove il 15% delle donne partorisce con un comune parto vaginale anche dopo un cesareo. In pratica, se una donna Toscana viene sottoposta a un cesareo e ha un figlio, la Toscana avrà una proporzione di tagli cesarei inferiore a una donna siciliana che ha 5 figli con cesarei ripetuti. Secondo l'Agenas, dunque, il modo più corretto per valutare l’approccio dei ginecologi e delle ostetriche italiane all’evento nascita è quello di rilevare la proporzione di tagli primari, cioè delle donne che non hanno avuto un precedente cesareo, evidenziando così quante sono le donne sottoposte a cesareo in un determinato anno di riferimento.

L’Agenas, infine, punta l’attenzione sui singoli ospedali, piuttosto che sulle medie regionali, facendo emergere così le eccellenze che si nascondono in aree storicamente critiche e chiamando per nome le strutture responsabili di risultati di bassa qualità. Ed ecco alcune sorprese: la Campania, da sempre maglia nera per i cesarei, conquista due record positivi, quello dell’ospedale di Castellammare di Stabia (in provincia di Napoli) con il 9,61% di cesarei primari, e quello dell’Umberto I (Salerno) con il 9,32%.
Al contrario, uno dei risultati peggiori si registra in Lombardia (Casa di Cura Città di Pavia, con il 56%), nonostante proprio alla Lombardia appartengano 6 delle 13 strutture che in Italia segnano i punteggi migliori a livello nazionale. Il record positivo va al l’Ospedale Vittorio Emanuele III (in provincia di Milano) con l’8,8%, ma ottimi risultati si registrano anche al San Gerardo di Monza, dove a fronte di 2.400 parti annui si effettua il cesareo nel 14% dei casi.
 
Al di là delle eccezioni, è però ancora al Sud che si concentra il maggiore ricorso ai tagli cesarei. Ed è in Campania che si concentrano alcuni dei casi più gravi, come quello della Casa di Cura Villa Maione (in provincia di Napoli), dove si ricorre al cesareo nel 76,5% dei parti.
Quanto alla Sicilia, l’allarme lanciato dal ministro Fazio è supportato anche dai numeri dell’Agenas. A livello provinciale è Ragusa a registrare valori più accettabili con una proporzione di cesarei pari al 27% a fronte, ad esempio, del 44% e 41% della provincia di Messina e di Palermo.
Al Policlinico di Messina, dove si è svolta la lite tra i ginecologi, la proporzione di tagli cesarei è del 35%. Va peggio al Policlinico di Palermo, con risultati intorno a 45%, che salgono al 56% all’Azienda Ospedaliera Piemonte di Messina e al 54% all’Azienda ospedaliera Papardo e al Barone Romeo. Ma anche in Sicilia ci sono alcune piccole eccezioni. Risultati migliori si registrano all’Ospedale Cervello di Palermo (22%) e al Gravina San Pietro di Catania che, con il 18% di tagli cesarei, è l’unica struttura regionale a scendere sotto il 20%.
 
L.C.

02 Settembre 2010

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