Nei giorni scorsi sono stati diffusi i dati del sondaggio condotto da Ipsos per la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg) che confermano l’urgenza di intervenire per ridurre davvero i tempi di attesa, visto che ormai l’80% degli italiani ha rinunciato alle cure del SSN almeno una volta proprio a causa delle file interminabili e del tempo necessario per ottenere una prestazione dovuta dallo Stato. Un dato, peraltro, cresciuto enormemente rispetto al 2024 dove si attestava al 65%.
Abbiamo una grande risorsa che è rappresentata dai medici di famiglia che sono il primo presidio di salute sul territorio e sono in grado di fornire un servizio gratuito e accessibile, in grado di indirizzare i pazienti. Si tratta di figure che rappresentano la garanzia di un sistema sanitario pubblico capace di assistere tutti in base alle personali necessità.
Abbiamo bisogno di investire e rinnovare la nostra medicina territoriale, mettendola nelle condizioni di essere più efficace, con team multi-professionali, con l’infermiere di famiglia ma anche con investimenti tecnologici ed informativi.
Tutto questo non si può fare senza il contributo fattivo e la presenza dei medici di famiglia, che devono rappresentare il perno del nuovo sistema territoriale. Tra il 2009 e il 2022 il numero di medici di medicina generale in Italia è però diminuito di circa 7.000 unità, mentre il numero di pazienti per medico è aumentato. La pandemia ha reso ancora più evidente l’importanza di questa professione e la necessità di renderla attrattiva: oggi il modello della medicina generale non è più sostenibile, ma va riformato in modo equo, garantendo il ricambio generazionale.
La medicina del territorio va riorganizzata per garantire un futuro al nostro Servizio Sanitario Nazionale, per far fronte all’attuale carenza di medici, per combattere la crisi vocazionale che oggi investe la medicina generale e soprattutto per garantire il diritto alla tutela della salute sancito dall’articolo 32 della nostra Costituzione. In tal senso, abbiamo depositato una proposta di legge alla Camera che interviene sul decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 368, recante l’attuazione della direttiva 93/16/CEE in materia di libera circolazione dei medici e di reciproco riconoscimento dei loro diplomi, certificati e altri titoli e delle direttive 97/50/CE, 98/21/CE, 98/63/CE e 99/46/CE, che modificano la direttiva 93/16/CEE.
In particolare, si prevede che la formazione dei medici comprenda, oltre alle conoscenze ed esperienze già previste, anche le competenze nelle scienze bio-psico-mediche, la comprensione delle scienze umane e sociali e le conoscenze finalizzate alla promozione della salute e del benessere psicofisico. Si istituisce, inoltre, una struttura di coordinamento finalizzata ad allineare l’offerta formativa con le esigenze territoriali di salute, individuale e collettiva, a fronte dell’evoluzione del quadro demografico, epidemiologico e nosologico con l’obiettivo di formare, sin dal corso di laurea, il futuro medico di medicina generale e di garantire pari dignità formativa all’attività sanitaria ospedaliera e a quella distrettuale. Si stabilisce che i tirocini formativi possano essere svolti oltre che nei servizi e presidi territoriali, compresi gli studi dei MMG, anche presso la rete formativa dei servizi e presìdi ospedalieri e le aziende ospedaliero-universitarie, esaltando, sempre di più, non solo il ruolo didattico e di ricerca del Servizio sanitario nazionale, ma anche la capacità formativa dei corsi di laurea in medicina e chirurgia. Infine, abbiamo previsto modifiche ai requisiti per l’esercizio dell’attività di medico chirurgo di medicina generale nell’ambito del Servizio sanitario nazionale, richiedendo il conseguimento del diploma di specializzazione in medicina generale, di comunità e cure primarie, al termine di un corso caratterizzato da una gestione universitaria, di concerto con le regioni, la cui durata prevista è di quattro anni.
L’obiettivo è innovare l’attuale percorso formativo regionale in medicina generale, mutandone la definizione e rendendola più in linea con l’evoluzione stabilita dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Dobbiamo necessariamente intervenire sul sistema formativo post laurea per i medici italiani, favorendo un’integrazione uno scambio proficuo tra medicina generale e specialistica, nell’ottica di un potenziamento delle cure primarie e intermedie, rendendo strutturale il contributo delle università a supporto dei corsi organizzati dalle regioni e valorizzando lo strumento delle reti formative integrate tra università, aziende sanitarie territoriali e strutture assistenziali.
Il medico di medicina generale deve essere messo nelle condizioni di rispondere non solo ai vecchi bisogni di salute ma, soprattutto, ai nuovi derivanti dall’invecchiamento della popolazione e da un aumento delle malattie complesse, croniche, cronico-degenerative e delle disabilità. E deve essere in grado di gestire con sempre maggiore efficacia i nuovi strumenti frutto dell’evoluzione innovativa della ricerca applicata alla sanità. Oggi si tratta di accogliere e rilanciare la grande sfida del cambiamento, dando tutti gli strumenti necessari ai medici di famiglia per essere l’anello di congiunzione tra il territorio e l’ospedale e diventare i professionisti attorno cui sviluppare la nuova medicina del territorio, in grado di mettere a sistema tutte le figure (medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, psicologi di cure primarie, infermieri di famiglia e di comunità, assistenti sociali, case di comunità, ambulatori, farmacie dei servizi, ect.), che insieme possono concorrere a sviluppare servizi di prossimità davvero efficaci, dando così attuazione al DM 77/2022 che si fonda sulla relazione sempre più solida tra assistenza sanitaria, servizi socio sanitari e assistenza domiciliare.
Ilenia Malavasi
Deputata PD della Commissione Affari Sociali