Caro Presidente, lo ribadisco. Il “trappolone” non esiste
mi spiace deluderla, ma le tesi del nostro Cavicchi e il suo “trappolone”, noi mi hanno per nulla convinto. Non credo affatto a questa volontà di controriforma sanitaria. Né penso siano valide le analisi sul welfare aziendale quale sorta di cavallo di Troia per smontare il nostro sistema sociale basato sostanzialmente sulla fiscalità generale da un lato e sul contributo pensionistico (di datori di lavoro e lavoratori) dall’altro.
Come ho già scritto qui resto convinto che non esista una maggioranza politica, né tantomeno di opinione, a favore di una trasformazione mutualistica della sanità o che ad essa si arrivi, quasi fosse un incidente di percorso come sembra delineare nel suo ultimo articolo Cavicchi, a seguito delle defiscalizzazioni a vario titolo dei fondi mutualistici o del cosiddetto welfare aziendale.
Quanto sta accadendo, come ho già scritto, va inquadrato in una politica di relazioni sindacali e contrattuali nuova (si fa per dire, considerando che ad esempio i chimici hanno forme di assistenza sanitaria integrativa quali benefit contrattuali da decenni e senza contare poi le varie casse sanitarie professionali di giornalisti, architetti, dirigenti d'azienda, commercianti, medici, eccetera, eccetera, anch'esse attive da decenni) che ha deciso di mettere sul piatto dei negoziati salariali altre poste non strettamente monetarie, come per l’appunto quelle dei servizi per gli asili nido, per la vecchiaia, per la sanità integrativa, eccetera.
Parallelamente si è avviata una politica di defiscalizzazione (parziale) dei fondi sanitari integrativi che, badi bene, è realizzabile solo se essi rispondono a bisogni dettati dal legislatore che, in questo caso, sono stati individuati nelle cure dentali e nella assistenza alla non autosufficienza.
In altri termini, io Stato ti defiscalizzo parte dell’investimento nei fondi ma solo se tu fondo mi garantisci servizi che oggi come Stato non riesco a dare in forma estesa e soddisfacente.
Dal mio punto di vista, a meno che non si voglia vietare erga omnes per legge qualsiasi forma di sanità o welfare privato (che forse neanche in Corea del Nord lo sono!), rischia di diventare sospetta se non ideologica una battaglia contro queste forme di assistenza integrativa sociale e sanitaria (dagli asili nido, ai denti, per intenderci), quando sappiamo bene che chi ha i soldi già oggi può, e tranquillamente lo fa, rivolgersi al privato per avere un servizio e un’assistenza come e quando preferisce.
Vogliamo privare anche “le masse” di questa possibilità? Non penso sia giusto. Semmai per rendere tutto ciò “non categoriale” e “non limitato” bisognerebbe prevedere quanto suggerito nel mio già richiamato precedente intervento (che ha trovato anche l’apprezzamento di molti osservatori) e cioè una scesa in campo delle Regioni (e aggiungo) dei Comuni, in qualità di enti di prossimità deputati alla sanità e al sociale, che potrebbero/dovrebbero farsi protagonisti di una nuova mutualità integrativa pubblica con tariffe calmierate e competitive (per chi può permetterselo e a titolo gratuito sotto una certa soglia di reddito) offrendo un range integrativo di servizi socio sanitari erogati sotto la vigilanza e la responsabilità pubblica.
Detto questo, per quello che conta il mio parere, vorrei tranquillizzarla: al momento né lei, né io ma neanche i nostri figli e nipoti, vedranno uno scenario come quello da lei decritto nelle prime righe della sua lettera. Dopo? La mia capacità di preveggenza non arriva così lontano!
PS. Questa la mia risposta “apolitica”. Per quella da lei auspicata da parte degli autori della mozione Renzi, la rimando alla lettera degli autori del capitolo sanità di quella mozione e a quella del responsabile sanità del PD. Per quanto riguarda una risposta diretta di Renzi a questi argomenti, al momento non l’abbiamo ma chissà…
Cesare Fassari
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06 Aprile 2017
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