Cos’è la monografia “Anziani con diabete”?
Circa il 60% dei pazienti che afferiscono ai Centri di diabetologia esaminati ha un’età superiore ai 65 anni. “Prendendo in considerazione una serie di indicatori quali l’emoglobina glicata – ha continuato – il quadro dei lipidi, il profilo pressorio e quello della funzione renale, l’ispezione del piede e l’esame del fondo oculare è stato possibile valutare la qualità dell’assistenza e delle cure prestate in questa fascia di popolazione. Abbiamo, inoltre, analizzato l’utilizzo dei farmaci nella popolazione anziana. La scelta terapeutica tiene conto prima di tutto della sua aspettativa di vita e poi della grande eterogeneità di questa popolazione nella quale gli obiettivi di cura dipendono da molteplici variabili non solo sanitarie, ma anche socio economiche. Dall’analisi è emerso, ad esempio, che nella popolazione anziana le terapie più utilizzate sono le sulfaniluree, che pur potenziando la produzione insulinica espongono ad un rischio di ipoglicemia elevato e alle complicanze ad essa correlate. Va tuttavia precisato che questi dati si riferiscono al 2009, quando molecole più innovative come le DPP-4, caratterizzate da un’importante riduzione del rischio di ipoglicemia, avevano ancora un basso utilizzo a livello nazionale”.
Per avere un’idea chiara degli interventi di assistenza ancora da fare e per scovare eventuali criticità nella cura bisogna avere una fotografia piuttosto chiara dello status quo. “Gli anziani con diabete sono molto diversi tra loro e la difficoltà sta proprio nel tracciarne un identikit preciso”, ha continuato l’esperta. “Molti dei parametri da tenere sotto controllo durante la malattia come il peso e la dieta perdono progressivamente di importanza nella popolazione anziana. L’indice di massa corporea (BMI), per esempio, risulta non essere più un parametro adatto a valutare lo stato di adiposità nell’anziano dal momento che l’età avanzata si accompagna spesso a cambiamenti della struttura corporea, perdita della massa muscolare (sarcopenia) e assottigliamento dei dischi vertebrali con riduzione dell’altezza”.
Invece a cambiare è la capacità della persona di rispondere a modifiche nella gestione e nella cura della sua malattia, e la differenza si nota soprattutto se il diabetico ha avuto diagnosi già da molto tempo. “Le persone con diabete di lunga durata tendono a trascinare vecchie terapie per anni, apparentemente senza effetti collaterali, ma in realtà continuano ad assumere farmaci che tutte le linee guida sconsigliano fortemente. Sul diabete di nuova diagnosi ci si scontra invece con il fattore età e con le difficoltà del cambiamento”, ha spiegato Pellegrini. “È dunque chiave, in questa popolazione, il concetto di personalizzazione della terapia, che permette a noi medici di intervenire sui singoli con associazioni diverse di farmaci, in base alle caratteristiche di ciascuno. Un concetto, peraltro, molto attuale, per il quale l’anno scorso AMD ha ideato un algoritmo di cura, ossia un percorso di individuazione del profilo di ogni persona con diabete, sulla base dei fattori di rischio che portano allo sviluppo di complicanze, con i corrispondenti suggerimenti di intervento farmacologico da attuare”.
05 Dicembre 2012
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