D’Ambrosio Lettieri (Direzione Italia): “Unanimità su obiettivo comune è direzione giusta. Non abbassare la guardia”
Il Piano nazionale d’intervento contro l’Aids in via di approvazione da parte del Consiglio superiore di sanità è certamente una buona notizia. Ma perché si arrivi davvero all’obiettivo zero, cioè ad annientare questa malattia, bisogna che il Governo sia impegnato in una concreta attuazione del Piano per facilitare l'accesso ai test, garantire le cure, anche attraverso i farmaci innovativi, favorire il mantenimento in terapia dei pazienti; finanziare specifici interventi pluriennali relativi a prevenzione, informazione e ricerca; inserire la lotta all'HIV-AIDS e alle malattie sessualmente trasmissibili nei programmi di studio per le nuove generazioni e a sostenere l'informazione e il coinvolgimento attivo delle popolazioni più a rischio.
La vera sfida è, infatti, la lotta senza quartiere alla sottovalutazione di una malattia che miete ancora troppe, molte vittime, alla ignoranza e alla discriminazione che fanno dilagare il virus dell’Hiv anche per l’errata convinzione che in Occidente sia ormai debellato, relegato nei Paesi più poveri e che tutt’al più riguarda solo alcune categorie a rischio, come gay e tossicodipendenti.
La realtà invece è questa: dal 1985 al 2014 la proporzione dei tossicodipendenti per ago è passata dal 76,2% al 3,8%, mentre l’84,1% delle nuove diagnosi è attribuibile a rapporti sessuali senza preservativo: 43,2% etero e 40,9% Msm (rapporti omosessuali maschili).
Sono gli stessi dati in nostro possesso, quindi, a indicarci la strada. Intanto, uno su tutti: in Italia dal 1982 l’Aids ha causato 43mila decessi e rimane un grande problema di salute pubblica nei 31 paesi Ue e dell’Europa economica allargata, dove ogni anno si registrano 30mila nuove infezioni da Hiv.
Ogni giorno, nel nostro Paese, 11 persone scoprono di essere sieropositive. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità le nuove diagnosi di infezione da Hiv sono 4 mila l’anno. Siamo il secondo Paese in Europa per incidenza di Aids, dopo il Portogallo.
Il livello di consapevolezza dei rischi di contagio e la conoscenza dei comportamenti per evitare l'infezione è drammaticamente bassa in tutta la popolazione ed in particolare nelle persone più giovani. Solo poco meno di un quarto delle persone a cui nel 2015 era stato diagnosticato l’Aids aveva eseguito una cura antivirale prima della diagnosi. Il ritardo di diagnosi è il segnale di una bassa percezione del rischio, soprattutto fra chi si infetta per via sessuale e fra gli stranieri.
Insomma, dagli anni Novanta ad oggi, la guardia sembra essersi abbassata e il virus si diffonde a dispetto delle cure sempre più efficaci e dei controlli più stretti sulle sacche di sangue donato destinato alle trasfusioni.
Diagnosticare il prima possibile l’infezione, significa rendere più efficace la cura della persona ammalata, diminuire la sua carica virale e ridurre le possibilità di trasmissione.
Prevenzione e trattamento permetterebbero, inoltre, di abbattere anche la spesa dello Stato appesantita dal costo altissimo dei sette farmaci antiretrovirali, fra i trenta più cari per la sanità pubblica. Anche perché ogni diagnosi salva una vita, ma comporta in media 40 anni di terapie”.
Lo ha dichiarato stamane il sen. d’Ambrosio Lettieri (Direzione Italia), componente Commissione Sanità Senato, nel suo intervento sulle mozioni contro l’Aids approvate a Palazzo Madama.
14 Marzo 2017
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