Ecco i dati che dimostrano come l’inquinamento ci sta uccidendo
Il Progetto, iniziato nel 2007, è stato completato nel mese di dicembre 2010 e i risultati sono pubblicati in due supplementi della rivista Epidemiologia & Prevenzione. La ricerca ha considerato 44 dei 57 siti oggi compresi nel “Programma nazionale di bonifica”, coincidenti con i maggiori agglomerati industriali nazionali, per un periodo di otto anni (1999-2007). Tutti siti definiti contaminati perché presentano un rischio igienico sanitario per l’uomo. Lo studio si è occupato di esposizioni ambientali quali quelle dovute a sorgenti di emissione chimiche e petrolchimiche, raffinerie, centrali siderurgiche o elettriche, miniere e/o cave, porti, discariche, inceneritori, o alla presenza registrata di amianto o altre fibre minerali.
Ma qual è la portata di questo pericolo per chi vive nei pressi dei siti? E come viene calcolato?
Il metodo di studio, valutazione del rapporto di mortalità. È un valore molto semplice, quello che secondo i ricercatori dà indicazione immediata del problema. Si tratta del rapporto standardizzato di mortalità (SMR), ed è una quantità che si calcola dividendo il numero dei morti di una particolare zona, moltiplicato per 100, per la mortalità attesa nella stessa zona. In questo modo, se si ha un valore pari a 200 vuol dire che il numero di decessi osservati è stato doppio rispetto a quello teorico, con un valore pari a 100 le morti sono state una quantità esattamente uguale a quella attesa, mentre per un valore più basso il dato atteso è sovrastimato rispetto a quello reale.
Ed è così che i ricercatori esprimono il rischio emerso dallo studio: la mortalità per cause dovute a esposizioni ambientali supera l’atteso, con un SMR di 115.8 per gli uomini e 114.4 per le donne. In cifre vuol dire che nel periodo tra il 1999 e il 2008 sono morti 2439 uomini e 1069 donne in più di quelli che avrebbero dovuto.
Ma cos’è che indica che questi decessi siano effettivamente dovuti a cause ambientali? Presto detto, secondo lo studio l’innalzamento della mortalità rispetto all’atteso nei residenti dei 44 siti non è uniforme per le diverse cause. Come a dire che le persone muoiono per cause “diverse” dalla media. Se in media infatti la percentuale di morti per tumore sul campione è il 30% del totale, questa sale al 43.2% quando si considerano solo i decessi in eccesso. Al contrario, la percentuale dell’eccesso per le cause non tumorali è pari al 19%, più bassa del 42% sul totale dei decessi.
Le differenze dovute alle cause di inquinamento: i dati.
Le cause di morte, si legge nello studio, si differenziano anche in base ai diversi fattori inquinanti, ma le patologie che affliggono le vie respiratorie sono in generale quelle maggiormente presenti. Nei siti in cui è presente amianto, ad esempio, si osservano eccessi di mortalità per tumore polmonare (330 morti in eccesso, SMR=106,1) e pleurico, dove per quest’ultimo il valore è quasi triplo rispetto a quello atteso (416 morti in eccesso, SMR=281,9).
Anche nell’insieme dei siti con poli petrolchimici e raffinerie si registrano eccessi per tumore polmonare (643 casi in eccesso, SMR=108,5) e per malattie respiratorie (135 morti in eccesso, SMR=101,6). E queste rappresentano causa di decessi in più anche nei siti siderurgici (341 morti in eccesso, SMR=106,8), insieme al tumore pleurico (241 morti in eccesso, SMR=164,1).
Una notizia che non farà piacere ai molti comitati territoriali che lottano contro l’apertura di inceneritori riguarda invece la percentuale di tumori del fegato rilevati nelle zone limitrofe a questo tipo di stabilimenti: qui, infatti, i decessi per questo tipo di patologia sono più del doppio di quelli misurati altrove, con un rapporto di mortalità pari a 201,6.
Tutti dati impressionanti e non più ignorabili, quelli che emergono dallo studio Sentieri. Soprattutto perché non sembrano poter essere casuali. Impressionanti, perché le percentuali sono altissime. Per il solo tumore della pleura si hanno il 32% di morti in più rispetto a quelle attese, e non si può di certo attribuire numeri così alti a qualche errore statistico. Non più ignorabili perché questi dati sono pubblici e a disposizione di tutti. E ci si chiede chi debba risponderne.
Laura Berardi
09 Novembre 2011
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