Hcv. Bruno (San Matteo): “Aumentano infezioni nosocomiali e trasmissioni da partner infetto”
“Il nostro paese ha il primato europeo per numero di persone che sono affette da epatite C”, ha spiegato Raffaele Bruno, docente del Reparto di Malattie Infettive della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia durante il convegno sullo stato dell'arte dell'Hcv che si è tenuto a Roma. “Caratteristica della distribuzione della prevalenza su territorio nazionale è poi un profondo gradiente tra nord e sud: il rapporto tra persone affette dalla malattia e popolazione totale è all’1-2% al nord, al 4-5% al centro, al 6% al sud e arriva in Sicilia addirittura all’8%. Molti di questi, il 26,2% ha meno di 60 anni. Questi dati sono raccolti su piccoli numeri e in piccoli centri, e dunque non è detto che la prevalenza sia esattamente questa anche nelle grandi città, tuttavia il dato è indicativo, se si pensa che secondo i dati rilevati dall’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc) e quelli contenuti nel Libro Bianco dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (Aisf) in tutti gli altri paesi d’Europa sembra essere più bassa. Analoga la situazione per le persone che sono entrate in contatto con il virus –cosa diversa dall’essere malati di epatite C – che in Italia sono stimate essere addirittura 3 milioni”.
Ma dati ancor più preoccupanti, e sicuramente più attendibili perché desumibili dai registri degli ospedali, sono quelli che riguardano le conseguenze dell’epatite C, soprattutto se non correttamente trattata. “Abbiamo anche il triste primato europeo del numero di persone che presentano tumore al fegato correlato alla presenza di Hcv: i trapianti di fegato in Italia sono più di 1000 l'anno e più del 50% hanno cause correlate all’epatite C. Inoltre, studi importanti dimostrano come il 90% dei trapianti sia fatto su pazienti Hcv positivi. In Italia, i pazienti affetti da cirrosi epatica sono 230 mila, quelli che muoiono ogni anno sono oltre 11 mila, e molti di questi sono persone ancora giovani e produttive”, ha aggiunto l’esperto. “Il che pone un problema economico, oltre al terribile peso sociale sui malati, sulle famiglie e sulla popolazione tutta”.
Molti di questi sono anziani, e in quel caso il contagio dipendeva dalle scarse conoscenze che si sono avute per molto tempo riguardo al virus. Fino agli anni Novanta, quando l’Hcv è stato isolato, non si sapeva infatti che le siringhe di vetro usate dai medici o i rasoi usati dai barbieri se non correttamente puliti potevano diffondere anche molto rapidamente il contagio. Ma ad oggi cos’è che alimenta l’infezione? Anche in questo caso i dati sono interessanti da conoscere. “Innanzitutto – senza fare allarmismi – bisogna rilevare che dal 1992 al 2010 le infezioni nosocomiali sono raddoppiate, passando dal 18,1% al 36% rispetto al totale. Questi dati non si riferiscono alle trasfusioni, però, che sono piuttosto sicure: nonostante ogni volta che sottoponiamo un paziente ad una trasfusione gli dobbiamo far firmare un consenso informato che dice che il rischio di contagio da Hcv non è nullo, in realtà questa possibilità si verifica in meno di un paziente per milione di unità di sangue”, ha commentato ancora Bruno. “Allo stesso modo è aumentata – addirittura triplicando, stavolta – la possibilità di trasmissione per convivenza con pazienti portatori di Hcv, passando dal 6,7% del 1992 al 21,8% del 2010. Anche in questo caso, il dato è particolare, visto che in realtà il virus non ha una facilità di trasmissione per via sessuale particolarmente alta”.
Altro problema è quello dei pazienti tossicodipendenti. “Anche in questo caso, secondo uno studio pubblicato su Lancet, abbiamo una delle percentuali più alte del mondo di persone che fanno uso di droghe che presentano nel sangue anticorpi da virus di epatite C”, ha aggiunto il docente. “Diverso invece il discorso che riguarda i migranti, spesso additati come soggetti a rischio. Niente di più sbagliato: secondo alcuni dati Aisf, la prevalenza di positività all’Hcv è in questa categoria al 3,1%, assolutamente in linea con quella dei cittadini italiani”.
Conoscere questi dati è importante per le istituzioni, per capire cosa fare, per promuovere approcci sistematici corretti ed efficaci. “Il 6 luglio 2012 abbiamo istituito per la prima volta un gruppo di lavoro per la prevenzione delle epatiti virali B e C. Abbiamo stilato un piano strutturato e delle linee di indirizzo, anche se il percorso in una fase ancora iniziale. Non a caso la prima linea di indirizzo ha come obiettivi quelli di realizzare uno studio epidemiologico e di migliorare il sistema di sorveglianza”, ha spiegato ancora Bruno. “Se si vuole debellare la malattia bisogna trattare il numero maggiore di pazienti, possibilmente il 100%, ma per trattarli bisogna sapere quanti sono. E ciò a maggior ragione quando avremo a disposizione le nuovi classi di farmaci”.
03 Dicembre 2012
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