HCV, un virus che distrugge il fegato in silenzio
In base alla struttura genetica del virus dell’HCV, si possono distinguere 6 diversi genotipi (il più frequente è il genotipo 1), che hanno una prevalenza diversa nelle varie regioni del mondo. Ogni genotipo può rispondere in maniera diversa al trattamento e anche ceppi, precedentemente responsivi alla terapia, possono diventare resistenti, a seguito della comparsa di alcune mutazioni.
L’HCV si trasmette attraverso il contatto con sangue o liquidi corporei infetti (scambio di siringhe, punture con aghi infetti, tatuaggi con strumenti infetti, trasfusioni di sangue contaminate, uso di rasoi o spazzolini da denti contaminati); meno frequente è la trasmissione materno-fetale o attraverso i rapporti sessuali. Nella fase acuta dell’infezione, il 70-80% delle persone non presenta sintomi; nella fase cronica possono comparire sintomi aspecifici quali stanchezza, nausea, perdita dell’appetito, cefalea, dolori addominali, sintomi simil-influenzali.
La diagnosi si effettua attraverso esami del sangue: sierologia per HCV (è il test di screening più comunemente usato), dosaggio dell’HCV RNA (si usa per la diagnosi e per il monitoraggio del trattamento), ricerca del genotipo HCV (serve ad orientare la scelta del trattamento e la durata della terapia). Per definire il grading e lo stadio del danno epatico (fibrosi o cirrosi) si può ricorrere alla biopsia epatica, all’elastografia e al dosaggio di marcatori ematici.
L’obiettivo del trattamento anti-HCV è il raggiungimento di una risposta virologica sostenuta (SVR); questo infatti riduce i tassi di progressione della malattia, il rischio di carcinoma epatocellulare (HCC) e di mortalità. Gli attuali standard di cura prevedono la somministrazione di interferon-alfa pegilato in associazione a ribavirina; i pazienti sottoposti a trattamento con questo regime tuttavia mostrano una bassa compliance e alti tassi di abbandono per la complessità dello schema terapeutico e per gli invalidanti effetti collaterali (sintomi simil influenzali persistenti per l’interferon, anemia per la ribavirina, che contribuisce.
Di recente sono stati introdotti in terapia nuovi farmaci orali mirati contro alcuni importanti enzimi dell’HCV e in grado di ottenere tassi più elevati di SVR; questi farmaci devono tuttavia essere somministrati come add on ai vecchi regime di trattamento, con i conseguenti effetti collaterali e schemi posologici complessi. Si sta cercando dunque di trovare alternative terapeutiche per i pazienti che non abbiamo ottenuto un adeguato SVR con i trattamenti attuali e per quelli che non riescono assolutamente a tollerarli.
A partire da quest’anno, dovrebbero arrivare sul mercato una serie di nuove terapie orali contro l’HCV, che ne rivoluzioneranno il trattamento. Questa nuova generazione di farmaci comprende regimi senza l’associazione ribavirina-interferon, la durata del trattamento può essere contenuta nelle 8-12 settimane ed è minore il numero di compresse da assumere giornalmente (anche grazie ad associazioni precostituite). Gli esperti prevedono dunque un profondo cambiamento nell’epidemiologia di questa condizione da qui a dieci anni; e l’obiettivo di eradicare questa malattia appare finalmente più realistico.
Maria Rita Montebelli
06 Aprile 2014
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