La sintesi del position paper della Sid su cellule staminali nella terapia del diabete
Tre sono i campi di potenziale applicazione:
A) la ricostruzione della massa beta cellulare
B) l’immunomodulazione nel diabete di tipo 1
C) il trattamento delle complicanze
Questo documento prende in esame solo gli studi in fase più avanzata, relativi ai primi due punti. Il trattamento delle complicanze con cellule staminali sarà oggetto di un successivo documento.
A) Ricostruzione della massa beta cellulare a partire da cellule staminali pluripotenti
Numerosi studi hanno dimostrato che è possibile ‘riprogrammare’ cellule staminali di diversa origine, in cellule produttrici di insulina (beta cellule pancreatiche). Al momento gli unici risultati interessanti sono quelli ottenuti dall’utilizzo di cellule staminali pluripotenti (embrionali o ottenute da riprogrammazione di cellule somatiche). Uno studio di fase 1-2 in corso presso l’Università di California a San Diego, USA e l’Università di Alberta in Canada sta utilizzando queste staminali ‘riprogrammate’ a produrre insulina, impiantate nel sottocute all’interno di un device (VC-01™) grande come una penna USB. L’FDA lo ha approvato in via sperimentale per la terapia del diabete di tipo 1 nell’estate del 2014; subito dopo è partito lo studio che interesserà 40 soggetti. La University of British Columbia sta lavorando ad un altro protocollo di differenziamento per generare cellule insulino-secernenti mature, partendo da cellule staminali pluripotenti, come anche l’Harvard Stem Cell Institute.
B) Cellule staminali del midollo osseo e del sangue cordonale per la terapia del diabete
Negli ultimi anni si è cominciato ad utilizzare per la terapia del diabete di tipo 1 e 2 anche le cellule staminali derivanti dal midollo osseo e dal sangue del cordone ombelicale.
Un numeroso gruppo di ricerche ha sperimentato l’infusione di cellule staminali del midollo osseo (trapianto autologo) all’interno di un’arteria del pancreas nel tentativo di trattare il diabete di tipo 1 e 2. Al momento non c’è alcuna prova che questo approccio funzioni e va dunque considerato puramente sperimentale.
· Il trapianto di cellule staminali ematopoietiche autologhe, oltre che per curare malattie del sangue, è stato anche studiato come una opportunità terapeutica per pazienti affetti da gravi malattie autoimmuni che non rispondono alle terapie convenzionali. Il diabete di tipo 1 una patologia autoimmune; per questo si è valutata negli ultimi anni la possibilità di utilizzare il trapianto di cellule staminali ematopoietiche per la sua terapia. Solo il monitoraggio a lungo termine dei pazienti trattati fino ad ora potrà chiarire meglio il rapporto rischio-beneficio di questo approccio per la terapia del diabete di tipo 1 che, al momento, sembra difficilmente giustificabile considerando i rischi, anche di mortalità, associati al trapianto autologo di cellule staminali ematopoietiche nel campo delle malattie autoimmuni.
· Le cellule stromali/staminali mesenchimali (MSC) costituiscono un’altra componente cellulare del midollo osseo, essenziale per il mantenimento delle cellule staminali ematopoietiche. Recentemente è stato scoperto che queste cellule hanno funzioni immunomodulatorie (potrebbero cioè contribuire alla rigenerazione dei tessuti modulando l’infiammazione) e di cellule “nutrici”. Al momento attuale non c’è nessuna evidenza a supporto di un utilizzo delle cellule staminali mesenchimali come terapia standard per il diabete.
C) Cordone ombelicale e annessi extraembrionali come sorgente di cellule staminali per la terapia del diabete
Il cordone ombelicale rappresenta un'altra possibile fonte di cellule staminali con potenziale di differenziazione e capacità immunoregolatore, simili a quelle ottenute dal midollo osseo. Il cordone ombelicale contiene 60-200 ml di sangue e contiene cellule staminali multipotenti o pluripotenti in grado di differenziarsi in vari tessuti. In teoria, il cordone ombelicale potrebbe avere un ruolo rilevante nel trattamento del diabete a causa della varietà di cellule staminali disponibili in questo tessuto. Le ricerche in corso ne stanno valutando le potenzialità nella produzione di cellule produttrici di insulina, anche se finora i risultati non sono stati esaltanti.
Più vicino alla pratica clinica appare la possibilità dell’utilizzo delle cellule del sangue cordonale per il trattamento del diabete di tipo 1 in relazione al loro ruolo potenziale di regolazione immunitaria. I linfociti T regolatori contenuti nel sangue del cordone ombelicale potrebbero infatti riuscire a bloccare la reazione infiammatoria alla base della distruzione delle cellule insulari nel diabete di tipo 1. Finora tuttavia, l'uso di sangue di cordone autologo come fonte di cellule immunomodulatrici per la terapia del diabete di tipo 1 è risultato inefficace. Altri approcci che utilizzano cellule cordonali allogeniche sono in corso di sperimentazione e dovranno essere valutati con molta attenzione in termini di efficacia prima di poter essere applicati su un numero maggiore di pazienti. Pertanto, al momento attuale delle conoscenze non esiste un’applicazione clinica del sangue cordonale per il diabete che giustifichi la sua conservazione per uso privato da parte del paziente affetto da diabete.
L’evoluzione della medicina rigenerativa e lo studio della biologia delle cellule staminali sta aprendo scenari innovativi anche nel campo terapeutico. Nonostante questi progressi, al momento tutti i trattamenti esaminati in questo documento non possono essere considerati uno standard clinico e quindi vanno considerati puramente sperimentali e da effettuarsi solo all’interno di studi clinici approvati dai comitati etici e dalle rispettive autorità regolatorie competenti. La International Society for Stem Cell research ha stilato delle linee guida per i pazienti sulla partecipazione a trial con terapia cellulare tradotti in molte lingue, compreso l’italiano.
18 Gennaio 2016
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