Lo studio SCOT-HEART
Molte persone tra quelle che si recano dal medico per angina, un sintomo di malattia coronarica, finiscono col rimanere vittime di un infarto nell’arco dei due anni successivi; per questo necessitano di un intervento tempestivo. Purtroppo molto spesso questi soggetti (gli autori dello studio stimano che questo accada in un paziente su tre) vengono erroneamente diagnosticati come non cardiopatici e questo li espone al rischio di mortire per cause cardiovascolari. Ecco perché è così importante trovare un modo per migliorare l’accuratezza della diagnosi iniziale e quindi di far accedere il paziente rapidamente al trattamento.
Lo studio SCOT-HEART ha arruolato, presso 12 centri scozzesi, 4.146 pazienti che si erano recati dal medico per dolore toracico da sospetta cardiopatia ischemica. Il 47% è stato diagnosticato come affetto da cardiopatia ischemica utilizzando i protocolli standard, mentre il 36% è stato giudicato come affetto da ‘sospetta angina da cardiopatia ischemica’. I restanti pazienti ricevevano diagnosi di ‘dolore toracico di origine non cardiaca’, riferibile ad esempio a dolore muscolare o a dispepsia.
Dopo questa scrematura iniziale tutti i 4.146 pazienti sono stati randomizzati a ricevere una visita cardiologica e un test funzionale, da solo o in associazione ad una cardioTAC. I risultati dello studio dimostrano che la cardioTAC ha portato di modificare la diagnosi iniziale nel 25% dei pazienti, contro appena l’1% di quelli sottoposti solo al test funzionale.
Il perfezionamento della diagnosi ha avuto due importanti ricadute: la decisione di far accedere il paziente ad un test di secondo livello è stata modificata nel 15% dei soggetti sottoposti a cardioTAC, contro appena l’1% dell’altro gruppo. Al 23% dei soggetti sottoposti a cardioTAC inoltre è stato prescritto un trattamento diverso da quello inizialmente deciso, in conformità alla nuova diagnosi, contro appena il 5% del gruppo di controllo.
“Questi risultati – commenta David E. Newby, professore della British Heart Foundation presso l’Università di Edinburgo, e primo autore dello SCOT-HEART trial – dimostrano che la cardioTAC ci consente di guidare meglio le scelte future e cioè a quali procedure sottoporre il paziente o quali farmaci somministrare per prevenire l’infarto”.
Dopo appena 20 mesi di follow up nei soggetti sottoposti a cardioTAC è stata registrata una riduzione pari al 38% nel numero di infarti, rispetto al gruppo di controllo (i numeri assoluti dei casi sono rispettivamente 26 e 42), fatto questo che suggerisce che una chiarificazione della diagnosi e dunque dei piani di trattamento, può ridurre il rischio di futuri infarti.
Va sottolineato tuttavia che il tasso di infarto, in entrambi i gruppi, è stato piuttosto basso e non ha raggiunto dunque la significatività statistica. Gli autori dello studio invitano dunque alla cautela nel trarre conclusioni definitive e ad aspettare ulteriori dati di follow up prima di tracciare un bilancio definitivo dei vantaggi della cardioTAC rispetto agli outcome cardiovascolari.
Un altro dato interessante è che mentre la cardioTAC ha rafforzato la diagnosi di coronaropatia in alcuni pazienti, in molti altri ha consentito di escluderla.
“Questo – spiega Newby – ci ha consentito di evitare di sottoporre a procedure inutili i pazienti non coronaropatici e di sottoporre invece a tutti i trattamenti necessari quelli affetti dal problema e non diagnosticati prima come tali.
Il messaggio da portare a casa per tutti i cardiologi dunque è che se vedete in ambulatorio un paziente che ritenete possa avere una malattia coronarica, considerate il fatto di sottoporlo a cardioTAC. Questo esame vi fornirà una risposta moto chiara e vi aiuterà a trattare meglio i vostri pazienti”.
Lo studio è stato finanziato dal Chief Scientist Office in Scozia, con grant supplementary erogati dall’Edinburgh and Lothian’s Health Foundation Trust e dall’Heart Diseases Research Fund.
M.R.M.
16 Marzo 2015
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