Siru: “Ampliare e agevolare l’accesso ai trattamenti”
“Il problema dell’accesso ai trattamenti per la fertilità non riguarda solo i paesi poveri, dove certamente gli ostacoli sono maggiori per via della carenza di infrastrutture, personale qualificato e in generale risorse economiche. Ma è una questione attuale e urgente anche in Italia, dove l’accesso ai trattamenti non è garantito allo stesso modo a tutte le coppie che ne hanno bisogno e ne fanno richiesta. A causa dell’ingiustificabile ritardo, circa 6 anni, per l’approvazione dei LEA il diritto alle cure, che comprende anche l’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, non viene garantito alle oltre 100mila coppie italiane che non possono concepire un figlio”. Lo afferma Antonino Guglielmino, presidente della Società Italiana di Riproduzione Umana (Siru).
Il report dell’OMS si basa su una meta-analisi di 133 studi provenienti da tutto il mondo, condotti tra il 1990 e il 2021. “L’infertilità è stata definita dall’Organizzazione mondiale della sanità come la mancata gravidanza dopo 12 mesi di rapporti sessuali regolari non protetti”, spiega Guglielmino. Dai risultati emerge che il Mediterraneo orientale, un’area che comprende il Medio Oriente e il Nord Africa, ha il tasso di infertilità globale più basso, di appena il 10,7%. Questo significa che solo un uomo o una donna su 10 avrebbe sofferto di problemi di fertilità a un certo punto della propria vita. Il più alto tasso di infertilità, pari al 23,2%, quasi un quarto della popolazione, è stato registrato nel Pacifico occidentale. Quest’area comprende Cina e Giappone, così come Australia e Nuova Zelanda. “In Europa, che include quindi anche l’Italia, il tasso di infertilità era del 16,5%, circa uno su sei”, sottolinea il presidente SIRU. E nelle Americhe, una regione che include gli Stati Uniti, la cifra si attesta intorno al 20%, uno su cinque. Nel complesso, l’OMS ha affermato che il tasso medio globale è pari al 17,5%. “Questi dati già di per sé allarmanti potrebbero sottostimare la diffusione dell’infertilità”, precisa Guglielmino. “La stragrande maggioranza degli studi (109) infatti analizza esclusivamente l’infertilità delle donne. Sono quindi pochi – continua – quelli che esaminano uomini o coppie nel loro insieme. Inoltre, considerato il periodo di riferimento, non vengono presi in considerazione gli effetti della pandemia che hanno causato una forte riduzione all’accesso ai trattamento per la PMA, molti dei quali non possono essere più recuperati perché le probabilità di successo sono strettamente legate all’età della coppia”.
Il report non ha esaminato le cause dell’infertilità, ma sottolinea la necessità di farlo con studi più approfonditi. “I dati indicano che i tassi di infertilità sono più alti nei paesi più avanzati e, quindi, suggeriscono un forte legame con l’esposizione all’inquinamento ambientale, che va certamente approfondito con ulteriori indagini”, sottolinea Guglielmino. “Ci sono ormai diversi studi che collegano i problemi di fertilità all’esposizione a inquinanti ambientali, segno che la salute del Pianeta è strettamente intrecciata a quella umana: avere cura della prima significa dunque proteggere anche l’altra”, conclude.
04 Aprile 2023
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