Cardiochirurgia. Troppi centri nati senza programmazione

Cardiochirurgia. Troppi centri nati senza programmazione

Cardiochirurgia. Troppi centri nati senza programmazione
È quanto denuncia la Società italiana di chirurgia cardiaca (Sicch) riunita per il XXV Congresso nazionale. Le strutture dedicate alla cardiochirurgia in Italia sono 107, un numero troppo elevato rispetto al fabbisogno reale della popolazione.

Ci sono ben 107 centri di cardiochirurgia in Italia, troppi se si considera che in Germania, con una popolazione molto più ampia della nostra, sono appena 80. Bisognerebbe quindi operare una ri-programmazione a livello territoriale, con un numero di centri commisurato alla popolazione a rischio. Un vantaggio non solo per la sicurezza dei pazienti, ma anche per le casse dello Stato. È quanto denunciano i cardiochirurghi della Società italiana di chirurgia cardiaca (Sicch) riuniti per il XXV Congresso nazionale a Roma. Ma non solo, per i camici bianchi anche sul fronte della formazione specialistica occorre un giro di vite per bloccare la moltiplicazione eccessiva di scuole. Per questo auspicano, per la formazione universitaria in cardiochirurgia, una fusione con la chirurgia toracica e quella vascolare per dare vita a una specializzazione unica, come per altro avviene in gran parte dei Paesi Europei. Una razionalizzazione di merito che avrebbe conseguenze positive anche sotto il profilo della sostenibilità economica.
Come quella che dovrebbe essere attuata in relazione alle strutture presenti sul territorio italiano. “In Italia i centri sono nati in numero eccessivo – ha ricordato Alessandro Mazzucco, presidente uscente della Società scientifica – senza una programmazione territoriale, ma per generazione spontanea. Dobbiamo fare una riflessione seria soprattutto in una fase in cui la spesa sanitaria è ormai fuori controllo, occorre razionalizzare”. Anche le nuove tecnologie per Mazzucco vanno utilizzate “cum grano salis”. Devono essere studiate e sperimentate prima di essere messe a disposizione della popolazione in maniera indiscriminata: “Le nuove tecnologie sono uno strumento, non un traguardo. Per noi l’unico traguardo deve essere quello della salute dei pazienti”.  
Tutti auspici, affermano i cardiochirurghi perché le istituzioni sono sorde ai loro suggerimenti. In particolare per quanto riguarda la programmazione. “Il fabbisogno di cardiochirurgia nel nostro Paese è di un intervento ogni 1.000 abitanti – ha specificato Piersilvio Gerometta, segretario organizzativo del Congresso – quindi il numero ideale di centri dovrebbe aggirarsi intorno ai sessanta”. Mantenendo sul territorio quelli che realizzano tra i 500 e i mille interventi l’anno. Ma, come ha ricordato il nuovo presidente della Società, Antonio Calafiore: “La decisione di tagliare non è mai stata presa  anche per effetto di corporativismi locali”.

Cambiamenti dovrebbero essere apportati anche per la cardiochirurgia pediatrica. Per questo i camici bianchi della Sicch hanno messo a punto un modello di identificazione e certificazione di criteri di eccellenza dei Centri di cardiologia e cardiochirurgia pediatrica. Il progetto evidenzia requisiti tecnologici, di struttura, di personale e standard per monitorare il livello quantitativo e qualitativo delle prestazioni erogate nei centri, con l’obiettivo di diventare un valido strumento di analisi e verifica dello stato dell’arte della cardiochirurgia pediatrica in Italia. Un contributo per le Istituzioni per arrivare a una corretta programmazione.
“Il nostro obiettivo – ha spiegato Sonia Albanese, presidente della Sezione italiana di chirurgia cardiaca pediatrica – è quello di potere verificare la qualità dei risultati ottenuti mantenendo livelli di garanzia per l’utenza in termini di adeguatezza di strutture, tecnologie e risorse umane. In altre parole lo scopo è quello di costituire un modello di riferimento per il governo clinico nell’ambito della nostra specialità”.
In Italia ogni anno nascono circa 4.500 bambini con una cardiopatia congenita, di questi ben 3.500 subiscono un intervento chirurgico. Il 50% nel primo anno di vita. Le problematiche che maggiormente colpiscono i giovanissimi pazienti sono le malformazioni del setto interventricolare ed interatriale, la tetralogia di Fallot e la coartazione aortica. Un numero elevato di venti che ha portato i cardiochirurghi pediatri a mettere a punto il progetto. Sono stati presi in esame 8 centri pediatrici (Bologna, Genova, Massa, Milano San Donato, Palermo, Roma, Torino) da una equipe composta da un cardiochirurgo, un cardiologo e un cardioanestesista per ciascuno degli 8 centri selezionati.  Il modello è stato successivamente presentato al ministro della Salute che ne ha tratto spunti per l’elaborazione dei Quaderni della salute 2010. “La prossima tappa ora – ha concluso Albanese – è quella di sviluppare ulteriormente il progetto. Tutto ciò con lo scopo di ottenere un riconoscimento ufficiale della certificazione”.
E.M.

09 Novembre 2010

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