Individuare precocemente il melanoma, migliorare l’appropriatezza e rendere più sostenibile il sistema. È su questo equilibrio tra efficacia clinica e sostenibilità che si gioca la proposta della Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (SIDeMaST): inserire nei LEA tecnologie già validate e riorganizzare i percorsi di accesso, oggi ancora troppo lenti e indifferenziati per una patologia in cui, invece, il tempo fa la differenza.
Ne abbiamo parlato con il presidente Giovanni Pellacani.
Professor Pellacani, da dove nasce la richiesta di inserire nuove prestazioni nei Lea e quali criticità del sistema volete superare?
La ratio è identificare il paziente che ha il melanoma il prima possibile. Stiamo parlando di prevenzione secondaria, quindi l’obiettivo è di trovare il tumore in fase precoce per disinnescarlo nel modo più efficace possibile, con il minor impatto in termini di costi, sofferenze e rischi per il paziente.
Oggi però il sistema non è organizzato in modo ottimale. Il primo problema è a monte: il medico di medicina generale è il filtro per l’accesso allo specialista e deve individuare le lesioni a rischio, senza inviare tutto ma selezionando ciò che può essere un melanoma. In questo senso anche teleconsulto e teledermatologia possono aiutare, perché consentono una prima valutazione più appropriata.
Il nodo principale resta però l’accesso: il sospetto tumore cutaneo segue lo stesso canale delle altre problematiche dermatologiche. Questo significa che si rischia di vedere troppi nei benigni e di ritardare le vere urgenze oncologiche.
Qual è la soluzione organizzativa che proponete e perché è così importante anche dal punto di vista clinico?
Serve separare i percorsi: un canale per la visita dermatologica per sospetto oncologico e uno per le altre patologie. Devono avere priorità diverse e ambulatori dedicati, con strumenti adeguati.
Questo non comporterebbe nessun onere aggiuntivo per il Sistema Sanitario Nazionale, si tratta semplicemente di distinguere un codice di accesso da un altro. si gestirebbero meglio le urgenze. E la differenza clinica è evidente: se c’è un forte sospetto di tumore è fondamentale intervenire prima, mentre per altre condizioni qualche giorno in più può essere gestito senza rischi. Sul melanoma il tempo è determinante.
Entrando nel merito dei LEA, quali tecnologie chiedete di inserire e perché sono così rilevanti?
La prima è la total body photography, indispensabile per monitorare nel tempo i pazienti a rischio ed individuare una lesione pigmentata che modifica nel tempo, quindi idnicata per pazienti con molti nei e lesioni atipiche, che sono anche i pazienti a maggior rischio di sviluppare un melanoma. Senza un monitoraggio strutturato è difficile garantire un controllo preciso ed una diagnosi precoce.
La seconda è la microscopia confocale, che permette di ridurre le asportazioni inutili. Senza questa tecnologia si tende a rimuovere più lesioni benigne; con la confocale posso selezionare meglio e intervenire solo quando serve.
Queste metodiche sono già previste dalle linee guida europee, ma oggi non sono riconosciute nei nostri LEA. Questo significa che, seppure utilizzate comunque in centri di riferimento, senza un codice che valorizzi la prestazione e il tempo dedicato non avverrà una loro adozione sistematica su tutto il territorio.
Quali sarebbero i benefici concreti dell’inserimento nei LEA, sia per i pazienti sia per il sistema sanitario?
Migliora l’appropriatezza clinica, perché eseguo un percorso diagnostico che consente più accuratezza e decisioni più mirate. Individua melanomi in fasi iniziale in soggetti a rischio e riduce gli interventi inutili, e quindi le liste d’attesa chirurgiche.
Inoltre offre anche un vantaggio economico: evitare interventi inutili e diagnosticare prima significa ridurre i costi complessivi. Sono tecnologie che richiedono un investimento iniziale, ma che nel tempo generano un beneficio per il Servizio sanitario.
In sintesi, perché è necessario intervenire ora sui LEA?
Perché senza il riconoscimento delle tecnologie e dei percorsi adeguati non possiamo garantire una diagnosi precoce efficace. E senza diagnosi precoce perdiamo l’opportunità di curare meglio i pazienti e di farlo in modo sostenibile per il sistema sanitario. Tutto deve essere orientato a un obiettivo: individuare la lesione a rischio il prima possibile e con la miglior precisione possibile.
E. M.