Riforma medicina generale. Bartoletti (Fimmg): “Il decreto della ‘grande spartizione’”

Riforma medicina generale. Bartoletti (Fimmg): “Il decreto della ‘grande spartizione’”

Riforma medicina generale. Bartoletti (Fimmg): “Il decreto della ‘grande spartizione’”

“Un esercizio di equilibrismo politico tra silos”, così il vice segretario nazionale vicario della Fimmg definisce il decreto Schillaci. E mette in guardia: “Il decreto crea un mostro a due teste” e lascia “il cittadino nel mezzo di un guado”, nel quale “non è più titolare di un diritto unico, ma cliente di un sistema regionale più o meno "privatizzato’”.

“Siamo di fronte a un testo che è un esercizio di equilibrismo politico tra ‘silos’, un documento che parla di unità per nascondere la frammentazione, e di prossimità per giustificare l’abbandono”. Così Pier Luigi Bartoletti, vice segretario nazionale vicario della Fimmg, in un editoriale diffuso ieri. “Dietro la retorica della ‘piena operatività’ delle Case della Comunità, si consuma una spartizione scientifica del territorio a svantaggio dei cittadini italiani”, sostiene.

La trappola della mediazione: due medici, nessuna certezza
Il decreto, per Bartoletti, “finge di mediare tra le diverse anime della medicina generale creando un mostro a due teste: la convenzione riformata e la dipendenza selettiva. Questa non è integrazione, è una separazione consensuale dei beni. Si spacca l’unità della professione per accontentare logiche sindacali e di bilancio, lasciando il cittadino nel mezzo di un guado: da chi andrà per essere curato? Dal medico “di fiducia” sommerso di burocrazia o dal dipendente ‘di struttura’ incastrato nei turni?”.

Lo slogan “le cure a casa” diventa “le cure a caso”
“La trasformazione della remunerazione da assistito a obiettivo è il punto di non ritorno”, prosegue il vice segretario nazionale vicario della Fimmg. “Parcellizzare la salute in “pacchetti” da 10, 20 o 30 euro — pesati su obiettivi digitali o metriche di prevenzione — significa trasformare il medico in un cottimista della sanità. Il rischio è che per rincorrere l’incentivo economico, si perda di vista l’integrità clinica della persona. Il risultato? Cure frammentate, erogate per “task” e non per bisogni. Bisogna rifiutare questa micro-parcellizzazione. L’alternativa è un investimento sulla quota capitaria pesata, che premi la presa in carico globale e i risultati di salute a lungo termine, non il semplice adempimento burocratico o l’uso di un software. Senza questo cambio di rotta, il paziente diventa un utente profilato in una catena di montaggio sanitaria regionale”.

Il disegno consapevole: l’accreditamento come fine ultimo
“Il decreto non nasconde il suo vero obiettivo: lo ‘Scenario C’ dell’accreditamento eventuale. Inserire questa opzione nel crono programma a 90 giorni significa ammettere che il pubblico ha già gettato la spugna. È il cavallo di Troia per permettere ai privati di gestire le Case della Comunità. Si costruiscono i muri con i soldi del PNRR, ma si affida la gestione (e il profitto) a chi vede la salute come un mercato”.

Il tradimento dell’universalità: 21 sistemi per 21 italie
“Affidando alle Regioni la chiave di volta della programmazione — dai fabbisogni ai contingenti della dipendenza — il decreto – sottolinea ancora Bartoletti – istituzionalizza la disuguaglianza. Il ‘debito organizzativo minimo’ modulabile territorialmente è la prova regina: il SSN smette di essere ‘nazionale’ per diventare un mosaico di servizi a intensità variabile. Il cittadino non è più titolare di un diritto unico, ma cliente di un sistema regionale più o meno ‘privatizzato’”.

L’anestetico Enpam: garantire la cassa per saccheggiare la professione
“La logica dell’ENPAM – aggiunge il vice segretario nazionale vicario della Fimmg – nel decreto è una clausola di salvaguardia politica inserita per evitare lo scontro frontale con l’ente previdenziale e i sindacati. Il decreto dichiara che la ridefinizione del medico come “funzione territoriale” non implica variazioni ENPAM. È l’anestetico somministrato alla categoria: si rassicura il medico che la sua posizione previdenziale resterà intatta per rendere digeribile il fatto che tutto sta cambiando sul piano del lavoro (remunerazione a pezzetti, orari fissi, digitalizzazione coatta)”.

E “mentre per la convenzione si promette l’invarianza, l’introduzione della dipendenza selettiva crea un corto circuito: i medici assunti a tempo indeterminato entreranno nel regime INPS/Ex-INPDAP. Questa spaccatura contributiva è pericolosa. Si sventola la bandiera dell’intangibilità dell’ENPAM come specchietto per le allodole, ma se domani la dipendenza selettiva svuota la base contributiva della convenzione, chi garantirà la tenuta del fondo? Si garantisce l’ente per comprare il silenzio del sindacato, mentre si toglie la terra clinica sotto i piedi, in particolare dei giovani professionisti”:

Un sistema inefficiente e costoso
“Non vi è alcun elemento che indichi una diminuzione del carico contributivo per il cittadino”, sintetizza infine Bartoletti. “Al contrario, la frammentazione in silos e l’apertura all’accreditamento privato suggeriscono che la spesa pubblica sarà sempre meno efficace, spingendo il cittadino verso un out-of-pocket esplosivo per compensare le carenze di un sistema che si sta ‘aziendalizzando’ di soppiatto”.

“Questo schema di decreto – conclude – non è l’architettura di un rilancio, ma il certificato di morte della Medicina Generale per come l’abbiamo conosciuta. È un disegno consapevole che sacrifica il rapporto fiduciario sull’altare di una spartizione tra poteri: si frammenta la professione per indebolire il pubblico e si parcellizza la cura per renderla appetibile al mercato. Non si portano le “cure a casa”, si istituzionalizzano le “cure a caso”: un sistema a macchia di leopardo dove il diritto alla salute dipende dal bilancio regionale e dalla fame dei gestori privati. Se la mediazione politica serve solo a coprire lo smantellamento del SSN, la nostra risposta deve essere di totale fermezza. Chi ha proposto questo schema smetta di cercare accordi al ribasso tra silos di potere (ENPAM, sindacati, Regioni) e rimetta al centro l’unitarietà del Servizio Sanitario Nazionale. Le Case della Comunità devono essere presidi pubblici di salute, parte integrante e funzionante della rete territoriale, e non scatole vuote pronte per essere appaltate”.

28 Aprile 2026

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