Telemedicina. La Sit boccia il decreto: “Regole troppo rigide, rischiamo di escludere anziani e fragili”

Telemedicina. La Sit boccia il decreto: “Regole troppo rigide, rischiamo di escludere anziani e fragili”

Telemedicina. La Sit boccia il decreto: “Regole troppo rigide, rischiamo di escludere anziani e fragili”

La Società Italiana di Telemedicina critica le disposizioni su accesso e conservazione dei dati: pazienti senza Spid o Cie restano fuori, i referti finiscono solo sul Fascicolo sanitario elettronico (non sempre attivo). E la società scientifica non è stata coinvolta nell'elaborazione.

A quattro mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto che disciplina il trattamento dei dati personali nell’ambito della Piattaforma nazionale di telemedicina (Pnt), la Società italiana di telemedicina (Sit) alza la voce. Le regole, approvate il 19 novembre 2025 ed entrate in vigore il 30 dicembre, sono tecnicamente corrette sul piano della sicurezza e della privacy, ma rischiano di tradursi in una barriera insormontabile per chi la telemedicina dovrebbe servire: i pazienti più fragili.

Il nodo principale riguarda l’accesso alla piattaforma. Il decreto prevede che pazienti e personale sanitario possano entrare nel sistema esclusivamente tramite identità digitale: Spid, Carta d’identità elettronica (Cie) o Tessera Sanitaria (TS) con relativo lettore. Un requisito che, denuncia la Sit, taglia fuori proprio la fascia di popolazione che trarrebbe il massimo beneficio dalla telemedicina.

“Una quota significativa di cittadini, in particolare pazienti anziani o fragili, non dispone di tali strumenti – si legge nel comunicato – e al momento è esclusa da questi servizi”. Lo stesso vale per molti caregiver, spesso badanti stranieri che non possiedono credenziali di identità digitale, fondamentali nei percorsi di telemonitoraggio. E c’è un altro problema, segnalano dalla SIT: in contesti come le case circondariali, dove la telemedicina sarebbe particolarmente utile, l’uso dello smartphone non è consentito. La piattaforma, di fatto, diventa inutilizzabile.

A ciò si aggiunge la difficoltà pratica di ottenere una Cie, con tempi di attesa che in alcune grandi città raggiungono diversi mesi, e l’uso della Tessera Sanitaria come chiave di accesso, che presuppone il possesso di un lettore di smart card – un dispositivo che quasi nessuno ha in casa.

Referti che scompaiono: il nodo della conservazione dei dati
Ma l’accesso non è l’unico problema. Il decreto stabilisce che le Infrastrutture tegionali di telemedicina (Irt) e le piattaforme regionali (Prt) non possono conservare i documenti sanitari generati durante le prestazioni – referti, relazioni cliniche e così via. Tutto deve essere trasmesso esclusivamente al Fascicolo sanitario lettronico (Fse) del cittadino, e solo lì conservato e consultabile.

L’obiettivo è lodevole: evitare duplicazioni e creare un unico repository centralizzato dei dati sanitari. Ma nella realtà, osserva la Si, ci sono ostacoli insormontabili. Innanzitutto, l’utilizzo del Fse da parte dei cittadini, pur in crescita, in molte Regioni non supera ancora il 50% della popolazione. Questo significa che una percentuale elevata di pazienti potrebbe non avere alcuna possibilità di recuperare il referto di una televisita.

Inoltre, la visualizzazione dei dati sanitari da parte del personale medico è consentita solo se il paziente ha espresso preventivamente il consenso alla consultazione – una pratica ancora molto poco diffusa. E l’Ecosistema dei dati sanitari (Eds) non è ancora pienamente operativo e uniformemente implementato su tutto il territorio nazionale. In molte Regioni i repository regionali non sono disponibili.

Il rischio, concreto, è che una quota non trascurabile di pazienti possa avere difficoltà a recuperare i referti delle prestazioni effettuate in telemedicina, con possibili ricadute sulla continuità assistenziale e sull’efficacia dei percorsi di cura. Un paradosso: la telemedicina, che dovrebbe avvicinare le cure ai cittadini, rischia di allontanarle.

Un periodo di transizione: la proposta della Sit
La Sit non contesta l’impianto complessivo del decreto, che considera tecnicamente corretto sotto il profilo della sicurezza e della privacy. Ma denuncia l’assenza di un periodo di transizione che consenta alle strutture sanitarie e alle infrastrutture digitali di adeguarsi progressivamente.

“Ogni processo di innovazione richiede una fase di transizione e adattamento – ricordano dalla Società Scientifica, citando l’esempio della ricetta dematerializzata, che inizialmente generò difficoltà e solo dopo un periodo di adattamento è diventata una pratica consolidata”. Una direttiva così stringente, nella fase attuale di sviluppo della telemedicina nel nostro Paese, rischia invece di creare difficoltà operative che andranno a scapito della diffusione e dell’utilizzo delle piattaforme regionali.

La Sit propone quindi l’introduzione di una clausola temporale di transizione, entro la quale tutte le realtà sanitarie dovranno adeguarsi alle indicazioni del decreto. Ed esprime “rammarico e stupore” per il fatto di non essere stata coinvolta nell’elaborazione del provvedimento, nonostante sia riconosciuta dal Ministero della Salute come società scientifica impegnata nello sviluppo della telemedicina in Italia.

Il rischio, in assenza di correttivi, è che la telemedicina resti un diritto di pochi – quelli che hanno strumenti digitali, competenze e residenza in Regioni con infrastrutture avanzate – mentre i più fragili, anziani e vulnerabili, restano esclusi proprio da quel servizio che potrebbe fare la differenza nella loro qualità di vita.

15 Aprile 2026

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