Accesso a Medicina. Riforma Bernini è tentativo di allargare “l’ingresso” senza ristrutturare “la casa”  

Accesso a Medicina. Riforma Bernini è tentativo di allargare “l’ingresso” senza ristrutturare “la casa”  

Accesso a Medicina. Riforma Bernini è tentativo di allargare “l’ingresso” senza ristrutturare “la casa”  

Gentile Direttore,
la recente approvazione in via definitiva da parte della Camera dei Deputati della proposta di legge delega al Governo per la revisione delle modalità di accesso ai corsi di laurea in Medicina e Chirurgia, in Odontoiatria e Protesi Dentaria ed in Medicina Veterinaria, ha indotto la Ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, a parlare di passo storico e di “abolizione del numero chiuso”.

Occorre subito specificare che attualmente i suddetti corsi universitari sono, in realtà, a numero programmato; sono gestiti a livello ministeriale e fanno riferimento ad un’unica graduatoria nazionale per ogni corso. Il numero programmato, poi, riflette requisiti formativi indicati dalla normativa europea ed è determinato di anno in anno su indicazione della Conferenza Stato-Regioni sulla base del fabbisogno di laureati e sulla capacità formativa delle strutture.

Fatto salvo ciò, trattandosi di legge delega, occorrerà attendere i relativi Decreti Delegati per capire come realmente si realizzerà nei fatti questo passo storico; però alcune riflessioni in merito possono già essere avanzate sulla base di indiscrezioni fatte trapelare dallo stesso Ministero addirittura nello scorso ottobre dopo il via libera della 7° Commissione del Senato al disegno di legge delega.

La Fp Cgil Medici e Dirigenti SSN è assolutamente favorevole al progressivo superamento del numero programmato, ma con questa legge non vi sarà assolutamente l’eliminazione tout court del numero programmato, bensì del test d’ingresso, rimandando la selezione dei/delle futuri/e professionisti e professioniste a dopo il primo semestre-filtro, nel corso del quale si affronteranno discipline comuni all’area biomedica, sanitaria, farmaceutica e veterinaria, che terminerà con “esami caratterizzanti”; se si supera questo sbarramento, si potrà entrare nella graduatoria di merito nazionale.

Su cosa succederà successivamente pare azzardato, al momento, fare ipotesi. Troppi sono i punti interrogativi in merito, a partire da cosa si intenda per “esami caratterizzanti”.

L’effettivo numero complessivo dei/delle futuri/e studenti/studentesse resta poi un’incognita. Registriamo infatti un balletto di cifre fra il proclamato dalla Ministra Bernini “fabbisogno di 30 mila medici in più nei prossimi sette anni”, le 21 nuove immatricolazioni nell’anno accademico 2024/25 asserite sempre dalla Ministra (anche se i posti nelle Università pubbliche non paiono aver superato le 15 mila unità) e i 25 mila posti disponibili a Medicina nel prossimo anno accademico come affermato da fonti giornalistiche.

Di fronte a questo quadro possiamo tranquillamente affermare che la sbandierata abolizione del numero chiuso (programmato) alla Facoltà di Medicina sembra molto una mossa propagandistica. Anche perché il numero programmato a Medicina (divenuto legge nel 1999, ma già introdotto dal 1987 con la comparsa dei test di ammissione) nei fatti è “sempre” esistito.

Paradigmatico in questo senso è il caso dell’Università di Torino, dove il picco di iscrizioni a Medicina “ante numero programmato” si verificò circa cinquanta anni fa, nella seconda metà degli anni ’70, con 1500/1600 iscritti/e per anno. Di questi giungeva alla laurea circa il 25% del totale. Al momento dell’introduzione del test di ammissione il numero degli ammessi/e si aggirò, guarda caso, sulle 350/400 unità per anno.

Per tutti questi motivi, la discussione sul numero programmato “sì o no” ci appassiona poco. Crediamo invece che vada sottolineata ed affrontata, ad esempio, l’attuale mancanza di professionisti e professioniste medico all’interno del Servizio Sanitario pubblico, sia in ambito ospedaliero, sia sul territorio.

Per questo è non solo prioritario ma indispensabile che vi sia un reale incremento dei fondi destinati alla sanità (e non un sottofinanziamento come accaduto quest’anno con un incremento del Fondo Sanitario Nazionale dello 0.97% rispetto al 2024, a fronte di un’inflazione di fondo nel periodo pari al 2%), ma anche che vi sia un cospicuo incremento del numero dei medici disponibili a mettersi in gioco nel e con il SSN.

Come CGIL riteniamo che la ri-affermazione del diritto allo studio come fattore di inclusione sociale passi anche attraverso un libero accesso alle facoltà universitarie italiane. In questa circostanza, però, la complessità della problematica va ben oltre una mera applicazione della dicotomia “o bianco o nero”. Per noi, ad esempio, il SSN deve dialogare con l’Università in un rapporto di reciprocità di interessi, mentre attualmente il fruitore finale dell’attività formativa universitaria non è in grado di influenzare la produzione di competenze ad esso funzionali.

Occorre pertanto tenere presenti altre varianti. Ad esempio:
– quale sarà il reale fabbisogno di professionisti e professioniste medico in Italia negli anni a venire? Per programmare occorre avere un’idea ed una visione della salute a tutto tondo, che parta, se vogliamo, dai principi affermati nella dichiarazione di Alma Ata del settembre 1978 ed arrivi ad una declinazione numerica del personale non solo medico del Servizio Sanitario. “Sparare” adesso numeri, grandi o piccoli, più o meno a casaccio non ci pare abbia granché senso.
– la stretta sulle iscrizioni alla Facoltà di Medicina e Chirurgia è stata solo imposta dalla “pletora medica” o in qualche modo si è rivelata anche funzionale al ridotto numero di professionisti e professioniste formati/e dalle nostre università per avere maggior mercato in ambito privatistico?
– quanto l’incontestabile taglio alla spesa pubblica in sanità ha pesato su queste questioni, rendendo meno appetibile il lavoro medico nel SSN e favorendo la fuga verso il privato dei professionisti/e stessi/e?
– per quanto bisogna continuare a “fare i conti” con un Fondo Sanitario Nazionale che passerà dal 6.3% del PIL del 2024 al 5.9% del 2027, al di sotto della soglia minima dal 6% individuato dall’OMS per la tenuta di un servizio sanitario pubblico?
– non sarebbe utile non contingentare le risorse economiche per il personale a tetti di spesa risalenti al 2004?
– come, invertendo i termini della questione, può una “pletora medica” rendere per molti di loro più attrattivo il lavoro medico in ambito pubblico, anche per quelle specialità attualmente disertate dai/dalle giovani colleghi/e?

Noi pensiamo, diversamente da altre OO.SS., che l’allargamento del numero di iscritti/e al corso di laurea in Medicina e Chirurgia, e quindi, potenzialmente, dei/delle futuri/e laureati/e, possa essere foriero di un maggior numero di professionisti/e preparati/e per, ma anche disponibili a, lavorare in un Servizio Sanitario Nazionale che valorizzi le competenze professionali e la relazione fra operatori e operatrici ed i diversi portatori di interesse.

Il reale, immediato punto d’inciampo nel percorso magnificato dalla Ministra Bernini è però il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) delle Università, di cui la stessa Ministra ha anche sbandierato il grande aumento per il 2025.

Solo per previsione e stanziamento di precedenti dispositivi di legge il FFO avrebbe dovuto essere nell’anno in corso di circa 9.6 miliardi. In realtà, dopo essere stato di 9 miliardi nel 2024, arriverà (ecco il festoso annuncio della Ministra) a 9.3 miliardi quest’anno.

Facendo bene i conti (e la FLC CGIL li ha fatti) salta fuori un mancato finanziamento di circa 600 milioni negli ultimi due anni per coprire gli adeguamenti del personale tecnico-amministrativo e docente, senza contare l’aumento dovuto all’inflazione delle altre voci di spesa. Facile prevedere che gli atenei proveranno a recuperare risorse con tagli sugli stipendi e/o blocco del turn over, oppure con riduzione dei servizi o ancora con l’aumento del gettito da tassazione studentesca.

Con una situazione economica precaria ed un organico docente sottodimensionato, come si può pensare di poter garantire “una preparazione di qualità attraverso un’offerta formativa di eccellenza” (parole della Ministra) in ambito medico/sanitario ad un numero maggiore di studenti e studentesse?

Questo aumentato numero di studenti e studentesse troverebbe aule e strutture architettoniche in grado di ospitarli e garantire loro una sistemazione logistica adeguata?

Non converrebbe prioritariamente definire un adeguato FFO?

L’utilizzo delle votazioni degli esami dopo il primo semestre “di prova” per stilare la graduatoria di merito nazionale non potrebbe andare incontro ad una probabilissima disparità del metro di giudizio delle commissioni d’esame fra un’università e l’altra, fra un esaminatore e l’altro e, perché no, fra un esaminando e l’altro?

Inoltre, non si dovrebbe definire il numero di ammessi/e alle scuole di specializzazione sulle esigenze delle strutture ospedaliere e territoriali e non, magari, di qualche baronia universitaria?

Infine, non sarebbe il caso di cominciare a discutere seriamente di contratto di formazione lavoro per tutti gli specializzandi in ambito sanitario (medici, ma anche veterinari, psicologi, biologi, farmacisti, chimici, fisici) con acquisizione progressiva di autonomia professionale?

A tutte queste domande lo slittamento di sei mesi della selezione dei/delle futuri/e professionisti/ sanitari/e non offre risposta.

Enza Abbinante
Esecutivo Nazionale FP CGIL Medici e Dirigenti SSN

Paolo Nuccio
Esecutivo Nazionale FP CGIL Medici e Dirigenti SSN

Enza Abbinante e Paolo Nuccio

28 Marzo 2025

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