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Pochi medici? Pagateli di più!

di Giuseppe Belleri

20 APR -

Gentile Direttore,
nell’ultimo mese in Lombardia si sono sviluppate due iniziative pubbliche parallele sulla carenza di MMG in alcune zone della regione, dove molti cittadini sono privi di assistenza primaria. Da un lato la Lega Nord ha montato 500 gazebo nelle piazze per raccogliere le firme su una petizione che accusa il governo di incapacità a risolvere il problema; dall’altro contemporaneamente un partito concorrente a livello locale ma alleato a Roma, vale a dire il PD lombardo, ha promosso un’analoga iniziativa on line con un intento speculare, ovvero di “dare la colpa” della situazione critica alla giunta regionale.

La proposta del partito di Matteo Salvini segnala una svolta radicale rispetto alle posizioni precedenti. Era la fine di agosto 2019 quando durante un incontro pubblico di fine estate l’onorevole Giorgetti, allora ministro del primo governo Conte, aveva avanzato la sua “diagnosi”: “Nei prossimi 5 anni mancheranno 45 mila medici di base, ma chi va più dal medico di base, senza offesa per i professionisti qui presenti? Nel mio piccolo paese vanno a farsi fare la ricetta medica, ma chi ha almeno 50 anni va su internet e cerca lo specialista. Il mondo in cui ci si fidava del medico è finito”.

Ruvida opinione personale, sfuggita alla tradizionale diplomazia della politica, o impietosa analisi della situazione? A distanza di 30 mesi, dopo due governi, una pandemia ed ora una guerra che promette un impatto non meno perturbante, per una curiosa legge del contrappasso l’orientamento verso la MG è radicalmente cambiato di segno: dalla squalifica alla promozione di un’intera categoria professionale.

Le cause della diffusa carenza di medici sul territorio sono note da più di un lustro e si sono aggravate per i ritardi acumulati dagli ACN, a livello nazionale e locale: il blocco del ricambio generazionale per il mancato adeguamento delle borse per il Corso di Formazione specifica, il pensionamento anticipato per il logoramento dei medici del baby boom, il disinteresse dimostrato dai decisori pubblici verso la medicina del territorio emerso con evidenza durante la pandemia, un malessere diffuso per la burocratizzazione della professione e per le tensioni con assistiti dovute a contraddizioni per le quali il medico fa da parafulmine, essendo per giunta bollato come fannullone ed accusato di “scarsa produttività”.

La sommaria analisi dell’On. Giorgetti provocò a suo tempo reazioni risentite da parte di molti osservatori e fù archiviata come un’uscita infelice, ma dopo gli eventi del 2020-2021 può essere letta in modo più articolato. Proviamo a decodificare il discorso per evidenziarne il senso programmatico. L’opinione del ministro può essere interpretata in chiave cognitivo-comportamentale, in quanto parte da constatazioni di fatto per arrivare ad una conclusione generale, che è nel contempo una dichiarazione di intenti e un proposta di soluzione del problema.

Il dato comportamentale è evidente: la gente by-passa il primo livello perché non trova sul territorio una risposta alle sue esigenze, ovvero una soluzione tecnologia e specialistica ad un problema emergente. Per questo si rivolge in prima battuta al dott. Google, che propone ciò che non viene garantito dalla medicina di I livello. Così la consultazione medica si rivela un vuoto rito burocratico e, proprio per questo, il professionista ha perso la credibilità d’un tempo e la fiducia della gente. Tanto vale procedere di propria iniziativa, in nome dell’autonomia e dell’empowerment del paziente che i medici stessi promuovono a parole.

Conclusione: stando così le cose la paventata carenza di medici di MG non è poi grave ed impellente come viene rappresentata.

Questa descrizione del problema rientra in un frame economico, preludio alla sua conseguente soluzione "razionale": esiste un evidente squilibrio tra domanda ed offerta organizzativa, cioè tra bisogni soggettivi dei pazienti e volumi di prestazioni erogabili dal sistema, che esita nella “defezione” delle gente dal I livello verso le strutture che possono compensare tale gap, sia private accreditate che libero professionali; a causa delle infinite liste d’attesa e di ticket salati la gente decide autonomamente di rivolgersi in prima battuta ad uno specialista, saltando un inutile passaggio dal MMG. Insomma il cronico dislivello tra domanda e offerta può essere colmato da una sana competizione tra pubblico e privato.

L’analisi economica si applica a bisogni insoddisfatti, percepiti come urgenti o oggettivamente tali, che il blocco delle prestazioni durante la pandemia ha aggravato. Tuttavia esiste un’altra categoria di frequentatori degli studi medici alle prese con lo stesso problema, ovvero quel 30-40% di cronici che consuma i ¾ delle risorse economiche e di tempo clinico-assistenziale. A questa popolazione si rivolgeva proprio in quei mesi la riforma lombarda della Presa in Carico (PiC) della cronicità e fragilità, a partire da una soluzione di mercato non dissimile da quella avanzata per i fatti acuti.

La PiC ha riproposto il frame esplicativo della riforma dei CReG, una sorta di DRG della cronicità risalente al 2012, la cui premessa recitava: «la realtà dei fatti ha mostrato che l’attuale organizzazione delle cure primarie manca delle premesse contrattuali e delle competenze cliniche, gestionali ed amministrative richieste ad una organizzazione che sia in grado di garantire una reale presa in carico complessiva dei pazienti cronici al di fuori dell’ospedale».

La soluzione dalla PiC era ancor più radicale, nel segno del quasi mercato interno: spostare il baricentro della cura della cronicità da un territorio inaffidabile, sul piano clinico ed organizzativo, al contesto ospedaliero, con il passaggio dei pazienti dal generalista al clinical manager specialistico in grado di sopperite ai deficit delle cure primarie. Quali sono stati gli esiti dell’operazione è una questione ormai archiviata, a causa del combinato disposto tra limiti concettuali di una riforma destinata a rompere l’equilibrio sistemico e l’impatto della pandemia; la PiC non ha superato questa doppia prova empirica e si è arenata definitivamente sulle secche del disinteresse delle strutture private.

Insomma il quasi mercato a concorrenza verticale tra I e II livello non ha mantenuto le promesse di rimediare alle carenze della MG, anzi a posteriori ne ha rivalutato paradossalmente il ruolo, tanto enfatizzato come centrale quanto contraddetto da policy ventennali all’insegna dell’incuria fino all'ttuale crisi sistemica. Ora per di più il mercato, impropriamente coinvolto nella PiC, si è preso una sorta di rivincita con la cronica carenza di medici di MG, che può essere ricondotta al dislivello tra la domanda di generalisti e l’offerta sul mercato del lavoro.

Due sono le principali concause: il deficit di borse per la Formazione specifica e soprattutto e lo scarso appeal della professione per un gap tra trattamento economico e normativo dei Corsisti di serie B verso gli specializzandi di serie A.

Il presidente Biden ha suggerito in modo sbrigativo e diretto la ricetta per compensare il disallineamento tra domanda e offerta: “Gli imprenditori dicono che non riescono a trovare dipendenti? Io vi dico, pagateli di più”.

Dr. Giuseppe Belleri

MMG in pensione e animatore SIMG



20 aprile 2022
© Riproduzione riservata

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