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La Marche, il laboratorio della sanità di centro-destra

di Claudio Maria Maffei

25 AGO -

Gentile Direttore,
la campagna elettorale del Presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, possibile e per molti probabile prossimo Presidente del Consiglio, è cominciata non casualmente ad Ancona nelle Marche. All’inizio del comizio la Meloni ha chiarito il motivo della scelta di questa città e di questa Regione: qui Fratelli d’Italia ha dimostrato negli ultimi due anni di saper governare e di saper governare bene.

Dal 2020 dopo 25 anni di Giunte di centro-sinistra, il centro-destra governa  infatti le Marche con un Presidente di Fratelli d’Italia, lo stesso partito di Assessori chiave per la sanità come quello ai lavori pubblici e all’edilizia sanitaria, Francesco Baldelli, e quello al Bilancio, Guido Castelli. Dal momento che le Marche sono state definite un laboratorio della destra , e in particolare della destra “meloniana”,  vale la pena di andare a vedere cosa è successo negli ultimi due anni e cosa sta succedendo  nella sua sanità.

Il centro-destra nelle Marche ha vinto di larga misura le elezioni regionali del 2020 con un programma sulla sanità (che alle regionali conta molto) generico, ma di grande efficacia sul piano della propaganda. In realtà a far vincere il centro-destra non fu il suo programma, ma il malcontento nei confronti della precedente Giunta di centro-sinistra, così accentuato che i sondaggi del 2020 prima delle elezioni davano il Presidente Luca Ceriscioli agli ultimi posti in Italia come popolarità. Dal momento però che qualcosa di diverso rispetto a prima si doveva pur dire si scelse per la sanità lo slogan “Nessuno resti solo”  contenuto nel programma 2020-2025 della Giunta. Vale la pena di riportare le righe iniziali della parte del programma dedicata alla sanità e al sociale: “In questi anni la sanità regionale ha subito tagli e troppi cittadini marchigiani si sono sentiti abbandonati. Occorre far recuperare qualità, diffusione territoriale e competitività al nostro sistema sanitario per riconquistare la fiducia dei cittadini, garantendo parità di servizi e diritti alla salute in tutti i territori delle Marche”.

In sostanza, ai cittadini insoddisfatti per i problemi vecchi come le liste di attesa e nuovi emersi nel corso della pandemia (debolezza sia del sistema dei servizi territoriali che di quelli ospedalieri) si fecero vedere alcuni possibili cambiamenti facili da capire e da apprezzare. Due in particolare emersero subito nella azione di governo della nuova Giunta: il superamento degli Ospedali Unici e il superamento della Azienda Sanitaria Unica Regionale (ASUR). Quella degli “Ospedali Unici” è una espressione che va chiarita.

Essa si riferisce alla scelta della precedente Giunta di riunire in una unica struttura tre coppie di ospedali di primo livello (o aspiranti tali) a elevata diseconomia organizzativa e conseguenti possibili ricadute sulla efficacia clinica: Pesaro-Fano, Macerata-Civitanova Marche e Ascoli Piceno-San Benedetto. Se confermata questa scelta avrebbe allineato a nuovi ospedali completati la rete ospedaliera delle Marche agli standard del DM 70. In realtà nella propaganda elettorale il centro-destra “se la prese” con gli ospedali unici senza alcun riferimento a quanti, dove e perché erano stati previsti.

Il centro-destra ebbe buon gioco a contrapporre a quel termine “unico” quelli di “diffuso” o ”vicino ai cittadini”. Un gioco vincente in una Regione in cui i localismi sono forti (ripeto la solita banalità: le Marche sono già nel nome l’unica Regione al plurale) e in cui la insofferenza verso la chiusura dei piccoli ospedali non ha mai perso vigore.

Cosa è successo poi in realtà? Cominciamo dal superamento dell’ASUR e la creazione al suo posto di cinque Aziende Sanitarie Territoriali. Esso si sta traducendo per la sanità marchigiana in un inutile stress test intempestivo e distraente, come ho già avuto modo di scrivere qui su QS.

Più articolato il discorso che va fatto sul superamento degli ospedali unici e la promozione di una sanità più diffusa. La scelta di ritornare indietro sugli ospedali unici non si è tradotta in una sanità più diffusa, ma nel suo opposto e cioè in una sanità territoriale più debole. E’ evidente che a troppi ospedali (per una Regione di un milione e mezzo di abitanti tredici ospedali con pretese da primo livello più uno di primo) non può che corrispondere una sanità territoriale debole a tutti i livelli (ambulatoriale, domiciliare e residenziale) e in tutte le aree (alcune delle quali versano nelle Marche in condizioni di gravissimo disagio come la salute mentale e la neuropsichiatria infantile). Quindi a fronte degli slogan elettorali le scelte concrete premiano i localismi e puniscono i cittadini più fragili.

Una idea di come il centro-destra  governa la sanità nelle Marche viene anche dal rapporto con le strutture private. In contrapposizione alle scelte della  precedente Giunta si è voluto di recente ridurre seppure di poco per motivi di propaganda il budget delle Case di Cura Private cui però sono state aumentate le tariffe. Questa scelta nella seconda parte dell’anno su cui ricadono maggiormente i suoi effetti si tradurrà per i marchigiani in una difficoltà di accesso ad esempio alle prestazioni di chirurgia ortopedica protesica che il sistema degli ospedali pubblici (con le sue - troppe -  tredici ortopedie in altrettanti ospedali) non riesce a garantire che in minima parte. E quindi aumenterà la mobilità passiva per questi interventi già molto alta.

Se dovessi trovare un termine per definire questo tipo di politica sanitaria la definirei “falso populista” perché fa suoi a parole i valori e le aspirazioni più comuni tra i cittadini come l’accesso equo a servizi di qualità per poi in pratica fare scelte che vanno nella direzione opposta. Se le Marche sono il laboratorio in cui il centro-destra a trazione meloniana fa le sue prove di maturità, mi preoccupa molto l’ipotesi che il “modello Marche” per la sanità venga esportato a livello nazionale.

Claudio Maria Maffei

 

 

 



25 agosto 2022
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