Dalla medicina reattiva alla medicina proattiva: il contributo della radiologia alla prospettiva “One Health”

Dalla medicina reattiva alla medicina proattiva: il contributo della radiologia alla prospettiva “One Health”

Dalla medicina reattiva alla medicina proattiva: il contributo della radiologia alla prospettiva “One Health”

Gentile Direttore, per gran parte della sua storia, la medicina ha seguito un modello prevalentemente reattivo: il paziente sviluppa una malattia, compaiono i sintomi, viene formulata una diagnosi e si avvia il trattamento...

Gentile Direttore,
per gran parte della sua storia, la medicina ha seguito un modello prevalentemente reattivo: il paziente sviluppa una malattia, compaiono i sintomi, viene formulata una diagnosi e si avvia il trattamento. Questo paradigma ha prodotto risultati straordinari e continua a essere indispensabile, ma oggi non appare più sufficiente di fronte all’invecchiamento della popolazione, all’aumento delle patologie croniche e alla crescente pressione sui sistemi sanitari.

La sfida contemporanea consiste nel passare progressivamente a una medicina proattiva, capace di riconoscere il rischio quando è ancora modificabile, intercettare la malattia nelle sue fasi iniziali e promuovere condizioni favorevoli alla salute prima che il danno diventi irreversibile.

Questa evoluzione trova una cornice naturale nel paradigma “One Health”, che riconosce la stretta interdipendenza tra salute umana, salute animale e salute degli ecosistemi. Ambiente, qualità dell’aria, alimentazione, condizioni sociali, attività lavorative, stili di vita e diffusione delle malattie infettive non rappresentano elementi separati, ma fattori che interagiscono e influenzano la salute individuale e collettiva. “One Health” non significa quindi soltanto prepararsi alle future epidemie o contrastare le zoonosi. Significa superare una visione della medicina concentrata esclusivamente sulla malattia già manifesta e costruire una prevenzione fondata sulla collaborazione tra professionisti sanitari, veterinari, ricercatori, esperti dell’ambiente e istituzioni.

Anche la radiologia può contribuire concretamente a questo cambiamento. La diagnostica per immagini è stata tradizionalmente considerata uno strumento destinato a confermare o escludere una patologia sospettata. Oggi, invece, può contribuire anche alla stratificazione del rischio, alla diagnosi precoce e all’identificazione di alterazioni ancora prive di manifestazioni cliniche. Un esempio significativo proviene dalla prevenzione cardiovascolare. Il rischio di infarto viene abitualmente stimato attraverso fattori come età, pressione arteriosa, diabete, colesterolo e abitudine al fumo. La tomografia computerizzata (TC) permette però di documentare direttamente la presenza di aterosclerosi coronarica subclinica attraverso il calcium score e, nei pazienti opportunamente selezionati, di studiare con la coronaro-TC l’estensione e le caratteristiche delle placche.

La domanda non è quindi più soltanto se esista una stenosi significativa, ma quale paziente presenti realmente una malattia aterosclerotica e possa beneficiare di una strategia preventiva più personalizzata. Lo stesso principio è alla base degli screening oncologici. La mammografia consente di identificare tumori mammari prima che diventino clinicamente evidenti, mentre la TC del torace a bassa dose, nei soggetti ad alto rischio per storia di fumo, può individuare neoplasie polmonari in una fase ancora suscettibile di trattamento curativo. La radiologia può inoltre documentare le conseguenze di esposizioni ambientali e professionali. Alterazioni pleuriche correlate all’amianto, pneumoconiosi, enfisema e altre patologie respiratorie croniche possono essere riconosciute e monitorate attraverso l’imaging. Una TC non dimostra da sola il rapporto causale tra un reperto e una determinata esposizione, ma può offrire informazioni decisive quando viene integrata con anamnesi lavorativa, dati ambientali, clinica e laboratorio.

Questo è uno degli aspetti più concreti di One Health: comprendere che il reperto radiologico non è isolato, ma appartiene alla storia biologica, ambientale e sociale della persona. Un ulteriore campo di sviluppo è rappresentato dall’opportunistic screening, cioè dall’utilizzo delle informazioni già presenti negli esami eseguiti per altri motivi. Una TC del torace può fornire dati sul calcio coronarico, sull’enfisema, sulla densità ossea e sulla composizione corporea; una TC addominale può documentare steatosi epatica, sarcopenia, adiposità viscerale e calcificazioni vascolari; una radiografia può mostrare una frattura vertebrale non precedentemente riconosciuta.

Non si tratta di aumentare indiscriminatamente il numero degli esami, ma di utilizzare meglio quelli già appropriati. L’intelligenza artificiale e l’imaging quantitativo possono facilitare questo processo automatizzando alcune misurazioni e rendendo più facilmente riconoscibili informazioni che non sempre vengono raccolte in modo sistematico. Il valore di questi dati dipende tuttavia dalla capacità del radiologo di interpretarli nel contesto clinico. Individuare più anomalie non significa automaticamente produrre più salute: reperti di scarso significato possono generare ansia, ulteriori accertamenti e consumo di risorse. La medicina proattiva deve quindi rimanere fondata sull’evidenza scientifica, sull’appropriatezza e su un equilibrio favorevole tra benefici, rischi e costi.

Anche l’attività fisica rappresenta una componente essenziale di questa prospettiva. L’inattività aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, metaboliche e oncologiche, mentre il movimento contribuisce al mantenimento della salute, dell’autonomia e della qualità di vita. In ambito sportivo la radiologia non interviene soltanto dopo un trauma. Ecografia e risonanza magnetica permettono di riconoscere tendinopatie, lesioni muscolari, sovraccarichi e fratture da stress; nei casi selezionati, TC e risonanza magnetica cardiaca possono integrare la valutazione clinica di condizioni cardiovascolari potenzialmente rilevanti. L’imaging contribuisce inoltre a definire l’estensione del danno, monitorare la guarigione e programmare, insieme al medico dello sport, all’ortopedico, al fisiatra e al fisioterapista, un ritorno sicuro all’attività. La valutazione della massa muscolare, della densità ossea e della sarcopenia amplia ulteriormente questa prospettiva oltre lo sport agonistico, assumendo rilievo anche nell’anziano, nel paziente oncologico e nelle persone fragili.

La radiologia può infine contribuire alla prospettiva “One Health” attraverso la sostenibilità della propria attività. Appropriatezza degli esami, riduzione delle ripetizioni non necessarie, ottimizzazione dei protocolli e uso responsabile di energia, apparecchiature e mezzi di contrasto sono azioni che proteggono contemporaneamente il paziente, il Servizio sanitario e l’ambiente.

Passare dalla medicina reattiva alla medicina proattiva non significa cercare una malattia in ogni persona sana né affidare la prevenzione alla sola tecnologia. Significa integrare dati, competenze e contesti diversi per riconoscere i rischi reali, promuovere stili di vita salutari e intervenire quando è ancora possibile modificare la storia naturale della malattia.

La salute del futuro non si costruirà soltanto negli ospedali. Nascerà dalla capacità di collegare prevenzione individuale, ambiente, salute animale, attività fisica e responsabilità collettiva. In questo percorso la radiologia può evolvere dalla semplice rappresentazione della malattia a uno strumento di protezione proattiva, appropriata e sostenibile della salute.

Marco Fogante
Dirigente Medico Radiologo, AOU Marche

29 Luglio 2026

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