Gentile Direttore,
la preadolescenza e l’adolescenza sono fasi dello sviluppo in cui vulnerabilità e potenzialità coesistono. La marcata sensibilità allo status sociale, al rispetto e all’inclusione, tipica della fascia d’età 10–25 anni, offre un elemento chiave per comprendere perché molti programmi tradizionali di prevenzione delle dipendenze patologiche falliscano.
Quando gli adulti comunicano i rischi connessi alle dipendenze attraverso avvertimenti moralistici o giudicanti, oppure mediante lezioni frontali unidirezionali, gli adolescenti percepiscono il messaggio come una minaccia alla loro autonomia e dignità. Questo genera reattanza, non riflessione. La reattanza è una posizione psicologica di ribellione rispetto alla decisione dell’altro, ovvero una rivendicazione fisiologica di autonomia.
Parallelamente, le neuroscienze ci mostrano che il cervello adolescenziale è più sensibile alla ricompensa, alla novità e all’influenza dei pari, mentre i sistemi di controllo esecutivo sono ancora in via di consolidamento (per una maturazione asincrona della corteccia prefrontale del cervello).
La prevenzione delle dipendenze in questa fase richiede quindi interventi che sfruttino la motivazione sociale, il rispetto autentico e l’apprendimento collaborativo; non la semplice trasmissione di informazioni.
Perché la prevenzione tradizionale fallisce: il paradosso adolescenziale
Il “paradosso adolescenziale” consiste nel grande divario tra il profondo bisogno dei giovani di autonomia, rispetto ed acquisizione di ruoli significativi, da un lato e le limitate opportunità offerte loro dagli adulti, dall’altro.
Gli adolescenti sono estremamente sensibili ai segnali di mancanza di rispetto, di scarsa fiducia o di condiscendenza; perciò, quando la prevenzione si basa su proibizioni o messaggi che generano paura, attiva involontariamente “dolore sociale”, vergogna o la percezione di basse aspettative nei confronti dell’adolescente.
Ecco perché lezioni frontali o toni punitivi non funzionano: ignorano l’architettura socio-motivazionale del cervello adolescenziale. Invece di favorire la capacità di agire intenzionalmente, rafforzano una dinamica gerarchica alla quale gli adolescenti si ribellano istintivamente. Approcci negativi o punitivi possono, teoricamente, avere un effetto lieve e transitorio solo nella preadolescenza, per poi perdersi in adolescenza.
Il modello sviluppato nell’ambito di un programma innovativo, condotto dall’Osservatorio sulle Dipendenze E.T.S., in collaborazione con l’Ordine dei Medici-Chirurghi di Roma e provincia (OMCeO Roma) – Commissione per la prevenzione delle dipendenze – mira a correggere questo disallineamento (scheda sinottica) . Supera la gerarchia, introduce dignità e offre agli adolescenti ruoli reali, trasformando la prevenzione da istruzione a partnership, basandosi sulla promozione di un ruolo attivo del giovane.
L’esperienza di una campagna intensiva e strutturata di quattro anni, basata sull’educazione tra pari (peer-education) e la psicoeducazione, implementata in Italia tra il 2022 e il 2025 nelle scuole e nelle società sportive, ha prodotto il modello descritto in questo commento, avendo incontrato quasi 10.000 persone tra studenti, atleti, genitori, insegnanti e allenatori.
Il risultato è un metodo coerente con lo sviluppo adolescenziale, capace di affrontare il rischio di dipendenza nelle sue radici psicologiche, neurobiologiche, culturali e relazionali.
L’approccio di un “mentore scientifico”: un modello strutturato di peer-education basato su partecipazione, rispetto ed informazioni scientifiche
Il mindset del mentore scientifico combina alte aspettative nei confronti dei giovani, rispetto incondizionato, trasparenza nelle intenzioni e sostegno autentico. Quando gli adulti si rivolgono ai giovani come partner competenti e non come destinatari passivi, la motivazione degli interessati cresce e le difese involontarie si abbassano.
In pratica ciò significa: spiegare perché il progetto esiste; evitare toni moralistici o giudicanti, puntando su obiettivi condivisi; dare responsabilità agli adolescenti (ad esempio diventare peer-educator, guidare workshop, presentare in plenaria); offrire una guida continua, sospendendo ogni forma di giudizio.
Questo approccio si allinea pienamente agli obiettivi del fare prevenzione in adolescenza: costruisce fiducia, capacità di agire intenzionalmente e sicurezza emotiva, prerequisiti fondamentali per interiorizzare comportamenti sani tra i giovani.
Favorisce inoltre abilità sociali e salute, come rilevato da questionari anonimi somministrati pre e post intervento.
L’intervento si apre con un racconto introduttivo nella sessione plenaria. Il programma, distribuito su tutto l’anno scolastico e attuato in scuole e società sportive, si articola in diverse fasi, ciascuna mirata a rispondere ai bisogni psicologici degli adolescenti e a ridurre i fattori di rischio mediante una “nudge strategy”, ovvero l’acquisizione di consapevolezza a piccoli passi, con spinte delicate.
Le fasi sono:
Primo contatto e analisi del contesto.
Il progetto inizia mediante incontri con dirigenti scolastici, insegnanti e staff sportivo. Oltre alla pianificazione, questa fase costruisce una partnership trasparente: gli adulti condividono valori, chiariscono obiettivi e preparano un ambiente rispettoso dell’autonomia dei giovani.
Consenso informato e trasparenza.
La raccolta del consenso dei genitori non è solo un adempimento burocratico: comunica onestà e responsabilità, rafforzando la fiducia negli adulti che coordinano il processo, un elemento chiave di questo approccio.
Valutazione pre-intervento e prime sessioni plenarie.
Prima della plenaria iniziale, gli studenti compilano questionari anonimi sulle loro percezioni e conoscenze. Questo invia loro due messaggi costruttivi fondamentali:
— la tua voce conta;
— partiamo da dove sei realmente, non da dove gli adulti presumono che tu sia.
In questo caso la meta-comunicazione risulta più efficace della comunicazione verbale. La plenaria è basata sulla dialettica ed è interattiva, non frontale. Le sedie sono preventivamente disposte in cerchio; gli esperti pongono domande aperte invece di fare lezioni.
Questo formato valorizza la prospettiva degli studenti e riduce la “sofferenza sociale” legata al “dominio” dell’adulto sull’adolescente.
Selezione ed empowerment dei peer-educator.
I peer-educator non vengono scelti per il rendimento scolastico, bensì per le loro capacità comunicative, per il potenziale di leadership e per la motivazione mostrata durante la plenaria. Ciò conferisce agli adolescenti un ruolo di status sociale legittimo, rispondendo direttamente ai loro bisogni motivazionali. Gli studenti diventano co-creatori della campagna di prevenzione, non bersagli di essa.
Workshop: co-costruzione di conoscenze e abilità sociali.
I laboratori/workshop mensili svolti a scuola approfondiscono la neurobiologia della dipendenza, la regolazione emotiva e sociale, i meccanismi della gratificazione e i comportamenti a rischio, connessi sia alle sostanze psicoattive che alle dipendenze tecnologiche. La loro funzione profonda è di tipo motivazionale; gli adolescenti sperimentano appartenenza all’interno di un piccolo gruppo; sviluppano capacità di azione intenzionale creando video, poster, sculture, disegni o progetti con la realtà virtuale; esercitano autoefficacia presentando i propri lavori alle classi.
Questa partecipazione attiva trasforma contenuti astratti in comprensione personale significativa. La conoscenza diventa gradualmente parte dell’identità dei partecipanti.
Collaborazione con insegnanti e genitori.
Incontri paralleli con gli adulti riducono il divario informativo e li preparano ad agire come mentori quotidiani. Le stesse conoscenze scientifiche trasmesse ai ragazzi vengono tradotte in strumenti relazionali per il riconoscimento precoce e il sostegno da parte di adulti ben sintonizzati e capaci di ascoltare/comprendere gli aspetti più complessi del vissuto adolescenziale. In questo modo famiglie e insegnanti diventano un ecosistema regolativo che circonda l’adolescente con motivazione relazionale a lungo termine.
Plenaria finale e valutazione ex post.
Nella plenaria finale, i peer-educator presentano pubblicamente i loro progetti. Ciò rafforza il loro status, valorizza il loro impegno e radica comportamenti sani nelle norme dei pari. Vengono favoriti i commenti ed il pensiero critico dei partecipanti mediante una sessione interattiva.
Il cambiamento avviene proprio quando è l’adolescente a spiegare ai compagni i rischi legati alle dipendenze: l’esperienza attiva dell’insegnare produce una comprensione più profonda e duratura dell’argomento.
Il questionario finale si confronta con quello iniziale, permettendo agli studenti di riconoscere il proprio apprendimento, un’ulteriore fonte di motivazione intrinseca per i partecipanti.
Perché questo modello funziona: una spiegazione neuropsicologica e motivazionale
Il modello combinato di peer-education e “mindset del mentore scientifico” funziona perché attiva meccanismi essenziali dello sviluppo adolescenziale, a cominciare dalla regolazione dello status: ruoli significativi soddisfano un bisogno motivazionale centrale e riducono l’attrattiva dei comportamenti rischiosi come mezzo per acquisire status.
Altro punto di forza è l’appartenenza: i workshop collaborativi creano una identità positiva tra pari, contrastando la pressione del gruppo.
Questo lavoro si riverbera inoltre sulla regolazione emotiva: la psicoeducazione strutturata insegna a comprendere cicli di gratificazione, stress e gestione di questi elementi.
La capacità di agire intenzionalmente, con autoefficacia, rappresenta un ulteriore punto di forza della campagna: presentare il proprio lavoro rafforza la competenza e riduce la suscettibilità alle pressioni esterne. Infine, il clima di fiducia e trasparenza: un atteggiamento adulto rispettoso riduce la reattanza adolescenziale ed aumenta la disponibilità ad adottare norme sane senza sentirsi privati dell’autonomia.
In sintesi, questo modello funziona perché rispetta il modo in cui gli adolescenti realmente funzionano, non come gli adulti desidererebbero che funzionassero. La prevenzione delle dipendenze in età evolutiva non può basarsi solo sull’informazione: l’adolescenza è una fase di sensibilità neurobiologica e di costruzione del significato sociale dell’esistenza.
Gli interventi che ignorano questo scenario falliscono; quelli che lo abbracciano possono trasformare le vite dei partecipanti.
Integrare peer-education ed un mindset del “mentore scientifico” offre un percorso coerente con lo sviluppo, onora il bisogno dei giovani di status e rispetto, fornisce strumenti cognitivi ed emotivi e radica la prevenzione all’interno di una rete di relazioni positive supportive.
In scuole e contesti sportivi, due arene centrali per l’identità giovanile, questo approccio trasforma la prevenzione in crescita e il rischio in un’opportunità evolutiva per diventare adulti competenti.
Dott. Alessandro E. Vento
Psichiatra ASL Roma 2
Presidente Associazione Osservatorio sulle Dipendenze – Ente del Terzo Settore