Dolore e riabilitazione, due angeli con un’ala sola

Dolore e riabilitazione, due angeli con un’ala sola

Dolore e riabilitazione, due angeli con un’ala sola

Gentile Direttore,
da oltre un decennio in Italia esiste una legge (38/2010) che tutela i pazienti affetti da dolore cronico, e dallo stesso lasso di tempo gli specialisti del settore ai loro congressi convengono sul fatto che tale messaggio non riesca ancora a fare breccia tra gli italiani.

Dato confermato dai volumi di vendita dei farmaci oppiacei in Italia (estrapolabile dai rapporti OSMED), principali strumenti farmacologici a disposizione dei medici del dolore, che mostrano un andamento con un aumento particolarmente contenuto nel tempo e molto lontano dalla media dei paesi OSCE.

Stesse considerazioni si possono applicare al numero di pazienti presi in carico dalle reti di terapia del dolore. Il notevole impegno profuso da società scientifiche e istituzioni fino ad ora ha fallito nel creare una cultura della medicina del dolore negli italiani, specialmente quando si parla di dolore non oncologico.

Una possibile chiave di lettura a nostro avviso può essere data dal fatto che l’immaginario collettivo crea ancora una equazione mentale del tipo: dolore cronico=farmaci oppiacei=effetti collaterali gravi=rischio di tossicodipendenza=morte imminente e questo non li porta verso gli ambulatori di medicina del dolore.

D’altro canto, la patologia algologica più diffusa al mondo, la lombosciatalgia, porta sovente i pazienti ad intraprendere un percorso di terapie fisiche e manuali, che non possono sempre rendere al 100% per la presenza di una franca componente di dolore.

Sembra un cane che si morde la coda ma a questo punto la soluzione più idonea potrebbe essere, ricordando il rasoio di Occam, quella più semplice, ovvero una maggiore interazione tra questi due mondi, la medicina del dolore (e non terapia del dolore, giacché chiamandola così dimentichiamo tutta la parte di diagnostica che precede ed accompagna i trattamenti) e la riabilitazione.

Una maggiore compenetrazione tra questi due mondi potrebbe mutare l’equazione nefasta sopracitata e portarla verso: dolore cronico=bisogno di ripristinare una funzione=necessità di trattamenti anche farmacologici per il periodo di tempo minimo sufficiente al fisioterapista/fisiatra per le terapie fisiche e manuali nonché alle terapie infiltrative del medico del dolore=effetti collaterali e rischio di dipendenza ridotti al minimo.

Avremmo anche il vantaggio di potere misurare i progressi dei pazienti in maniera oggettiva (il mondo della fisioterapia ha fatto passi da gigante nell’analisi cinematica articolare non invasiva ed è in grado di costruire e monitorare con numeri precisi i percorsi riabilitativi dei pazienti a fronte di questionari più o meno articolati utilizzati nella valutazione del dolore che pagano un alto tasso di soggettività) e di concentrarci sul rinforzo positivo dato da questa sinergia piuttosto che continuare a dimostrare che gli effetti collaterali degli oppiacei sono al giorno d’oggi assolutamente gestibili e il rischio di dipendenza è aneddotico e non una reale preoccupazione in Italia, concetti già noti da tempo alla Letteratura internazionale e nazionale.

Come diceva Luciano De Crescenzo “Siamo angeli con un’ala sola, possiamo volare solo rimanendo abbracciati”.

Cav. Dott. Luca Miceli
Medico del Dolore, IRCCS CRO di Aviano (PN)

Cav. Dott. ssa Rym Bednarova
Medico del Dolore, Ospedale di Latisana (UD)

Dott.ssa Giulia Bongiorno
Fisioterapista, Friuli Riabilitazione, Roveredo in Piano (PN)

 

 

 

19 Aprile 2022

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