Gentile Direttore,
torno a chiedere ospitalità alla sua rubrica, consapevole della risonanza mediatica per coloro che a diverso titolo sono interessati al futuro della Medicina Generale: i colleghi, i sindacalisti, la politica. Il progetto di cui parlo è quello della trasformazione dell’attuale convenzione di medicina generale in una forma analoga a quella della specialistica ambulatoriale.
Vorrei però esaminare i problemi sul tappeto con metodo analitico: gli irriducibili della convenzione, cioè alcuni sindacati (soprattutto quello di maggioranza) si oppongono alla paventata dipendenza, perché questa produrrebbe la perdita del rapporto fiduciario e della libertà di scelta da parte del cittadino, nonché la perdita di prossimità nelle zone remote per la inevitabile concentrazione dei medici nelle costituende Case di Comunità. Ed infine, (ma forse è tra i motivi principali) lo spostamento dei versamenti pensionistici dall’ENPAM all’INPS.
Vorrei partire proprio da quest’ultimo punto, segnalando che se invece della dipendenza il contratto dei medici di famiglia divenisse analogo a quello degli specialisti ambulatoriali, i versamenti pensionistici rimarrebbero nell’alveo dell’ENPAM. Analizzando gli altri problemi, va detto che non ci sarebbe affatto la paventata perdita del “rapporto fiduciario” con un’eventuale emancipazione del rapporto di lavoro dei medici di famiglia verso il contratto della specialistica ambulatoriale, perché il cittadino potrebbe comunque esercitare il diritto di scelta e farsi seguire dal medico che preferisce nelle Case della Comunità: ciò che cambia è soltanto il pagamento del professionista, non più per quote capitarie ma per debito orario.
Se esaminiamo le cosiddette località remote (altro problema posto dal sindacato), cioè i piccolissimi centri, rurali o montani, zone a cellularità sparsa, lontani dalle grosse strutture e dalle città, (e quindi dalle costituende Case della Comunità) attualmente essi contano quasi esclusivamente su un solo professionista, al massimo due, che peraltro svolgono la propria attività in più studi personali di diversi comuni anche distanti, perché un’ulteriore “zona carente” il più delle volte non scatta, proprio per la mancanza di popolazione assistibile (frazione di 1000 superiore alle 700 unità).
Quindi già oggi, questi cittadini non possono esercitare un vero diritto di scelta, ma devono “accontentarsi” spesso dell’unico medico convenzionato ivi presente (con cui, tuttavia nella quasi totalità dei casi si trovano benissimo). Oggi è sempre più difficile trovare peraltro medici che accettino di lavorare da convenzionati a quota capitaria in tali località remote, per via dello spopolamento progressivo, e quindi di un incerto recupero economico dell’investimento. Invece, il medico che presti servizio in tali località, inquadrato come specialista ambulatoriale, pagato ad ore, e debitamente incentivato economicamente per la trasferta, potrebbe avvalersi di locali messi a disposizione dai Comuni (qualora non esistano poliambulatori ASP) con le relative possibilità di controllo sugli orari di entrata e di uscita, come avviene d’altronde in tutti gli uffici pubblici.
Tornando alla prestazione oraria, il medico di medicina generale ospite di Case di Comunità e integrato nelle AFT, quando non avesse visite programmate con i pazienti per l’intera durata dell’orario di lavoro, ma per quota parte, potrà estinguere il proprio debito giornaliero in altre forme distrettuali, rendendosi disponibile ed integrato nelle attività della medicina di comunità, di concerto con le altre figure specialistiche. Ciò a tutto vantaggio di un distretto che funziona meglio, e di Case della Comunità che possano finalmente essere attive e non contenitori vuoti. Tutte le incombenze amministrative che attualmente ricadono sulle spalle del medico di medicina generale, tutte le prescrizioni da remoto attraverso la disamina di SMS, mail e messaggi su altre piattaforme, potranno essere sgravate al medico (che svolgerebbe solo una funzione di controllo finale) e affidate a personale amministrativo e infermieristico.
Insomma, per concludere, da qualunque parte vogliamo considerare il problema, il contratto della specialistica ambulatoriale (soprattutto in un’ottica di emancipazione del corso di formazione in medicina generale verso una vera specializzazione universitaria) è la vera medicina di prossimità del futuro. Svolgerebbe una funzione efficace di filtro rispetto ai Pronto Soccorso intasati perché il medico di medicina generale potrebbe lavorare in team con gli altri specialisti a lui prossimi e integrati nella stessa struttura. E la finiremmo una volta per tutte con una sanità fatta di monadi isolate che non comunicano. Speriamo che i decisori lo capiscano e se ne facciano parte attiva.
Ad maiora.
Michele Diana
MMG