I concorsi, il merito e Pulcinella

I concorsi, il merito e Pulcinella

I concorsi, il merito e Pulcinella

Gentile Direttore,
bisognerebbe replicare ad un plauso con un altro per l’intervento del dott. Bozzi; in particolare per aver ancora una volta fatto emergere situazioni che, in tipico italico atteggiamento, tendono ad essere sistematicamente trascurate e trasformate nei più classici segreti di Pulcinella, il più grande dei quali è proprio quello su una certa distanza «dai nobili principi meritocratici» cui le procedure concorsuali dovrebbero ispirarsi ed essere effettivamente espletate. Pur tuttavia alcuni elementi impediscono una piena approvazione.
 
Come già descritto in precedenti interventi è altresì noto che la selezione eccellente dei dirigenti delle professioni sanitarie sia cronicamente affetta dalla più grave precarietà dei posti, come pure confermato dal medesimo Segretario ANDPROSAN, ed è anche lapalissiana la conseguenza di questo problema: le aziende del SSN, ormai figlie illegittime (visto quanto l’emergenza Covid-19 abbia dimostrato) di quel «processo di aziendalizzazione nel Servizio sanitario nazionale» (ora quasi in stato di accusa), cercano di collocare in quegli impropriamente definiti «posti di comando» i propri uomini e le proprie donne, e se qualche membro esterno giunge a vincere una pubblica competizione è soltanto per meccanismi fortuiti di caso ed eccezionalità; unitamente alla lagnanza dello “spoils-system” sulla Direzione delle Professioni Sanitarie, direi proprio che NON «è comprensibile e condivisibile il pensiero delle Direzioni Aziendali».
 
Se questo sia diretto – in ultima analisi – a creare soltanto delle indorate cornici di credibilità delle selezioni pubbliche, ove manchi soltanto una procedura di «nomina fiduciaria» per ulteriormente istituzionalizzare certi arcinoti e per nulla segreti “intrighi di corte”, ed ove la soluzione più intuitiva ed al contempo più idonea a risolvere tale “trade-off” concorsuale è quella della creazione del dirigente di primo livello delle professioni sanitarie in ambito di singola unità operativa.
 
Per quanto alla tanto gloriata autonomia e responsabilità dei professionisti afferenti alle 4 aree, premesso il già richiamato errore normativo tra i dispositivi 42/99 e 251/00, ci sarebbe da soffermarsi, in tema di disarmonia normativa (altro tipico italico atteggiamento), nella formulazione ed applicazione della legge 3/2018, che ha sì riformato il sistema ordinistico delle professioni sanitarie, ma non rispettando proprio quelle «classi» cui ci si vorrebbe riferire per raggruppare correttamente i professionisti non medici.
 
Il caos ingenerato e complicato dalla indotta ingordigia di alcune organizzazioni rappresentative che nemmeno hanno pensato ad alcun pragmatico provvedimento, sia interno (verso i medesimi ordini) che esterno (verso il governo) mirato alla tutela di singole professioni e professionisti (ce ne sono alcune particolarmente a rischio declino o estinzione), ove le azioni da intraprendere erano quelle di una riforma coerente e concertata di ogni singola professione, andando ad operare una vera e propria “manutenzione” degli elementi che davvero caratterizzano gli ambiti professionali: decreti ministeriali istitutivi e codici deontologici, porta con sé una unica conseguenza: l’indeterminazione professionale, con in agguato sempre il medesimo rischio: il più drammatico nonché assurdo, trasversale esercizio abusivo della professione. Tutto ciò, ma paradossalmente, si concerta perfettamente con quel denunciato non-sense di «aver migliorato la formazione, ad invarianza di ruoli e responsabilità».
 
Pertanto bisognerebbe annoverare anche questi elementi (ma ve ne sarebbero anche altri) per asserire con la più ampia cognizione di causa che «sono passati 20 anni e ancora non ci siamo!»
 
Ad onor del vero va pure ricordato il punto dal quale si era partiti: certamente non si dimentica quanto occorso nel 2007 a Melegnano (Mi), ove tra ricorsi al Tar ed al Consiglio di Stato, fu emblematica la insistenza di organismi sindacali medici che ritenevano, su basi in vero mai ben comprese, di poter avocare a sé certe cariche, malgrado un inequivocabile titolo della famosa sentenza T.A.R. Lombardia – Milano, sez. III, n. 274 del 19.02.2007: «Non serve un dirigente medico all’interno del SITRA per garantire il coordinamento tra medici ed infermieri». Quindi bisogna pure concordare che alcuni importanti passi in avanti si siano pure fatti; tuttavia ha complessivamente ragione il dott. Bozzi.
 
Per concludere, proprio in tema di «valorizzazione e responsabilizzazione, in allineamento agli altri Paesi», visti i dichiarati scopi di «promozione, affermazione, partecipazione, tutela, sensibilizzazione, etc … per il raggiungimento di comuni obiettivi, coniugando al meglio i nuovi bisogni di salute della popolazione, le esigenze di funzionamento del Sistema Sanitario e gli interessi dei professionisti.», propongo pubblicamente un appello proprio al dott. Bozzi, peché non vi sia discrimine di appartenenza all’ordine tra laureati triennali e magistrali (come invece avviene nella stragrande maggioranza delle altre professioni ordinate, come ad es. per gli psicologi): gradirei sapere se possono iscriversi ad Andprosan anche quei famosi 32.540 professionisti sanitari detentori del titolo di laurea magistrale però attualmente non ancora inquadrati funzionalmente quali dirigenti delle professioni sanitarie.
 
Dr. Calogero Spada
Dottore Magistrale
Abilitato alle Funzioni Direttive
Abilitato Direzione e Management AA SS 
Specialista TSRM in Neuroradiologia 

 

Calogero Spada

22 Luglio 2020

© Riproduzione riservata

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