Il caso Previmedical, la botte piena e la moglie ubriaca

Il caso Previmedical, la botte piena e la moglie ubriaca

Il caso Previmedical, la botte piena e la moglie ubriaca

Gentile direttore,
la recentissima notizia riguardante Previmedical impone una seria riflessione su come il sistema della sanità integrativa sia stato sviluppato e regolato, e se sia effettivamente in grado di soddisfare i requisiti per i quali era stato concepito. Per chi non ne fosse a conoscenza la richiamiamo brevemente: Previmedical-Rbm è uno dei principali soggetti nel mondo della sanità integrativa e da circa un anno ha acquisito, ad esempio, la copertura dei metalmeccanici. Già da alcuni mesi, però, sono state segnalate difficoltà sia nel pagamento delle prestazioni erogate dagli operatori sanitari convenzionati, sia nell'accettazione delle pratiche di rimborso presentate dagli assistiti. Sebbene tali difficoltà siano state giustificate da intoppi burocratici o da inaccettabilità delle richieste, in realtà sembrerebbero nascondere errati calcoli previsionali sull'entità degli indennizzi e sulla sostenibilità economica delle coperture promesse.
 
Ricordiamo che, mutuando da precedenti esperienze estere, tale sistema nacque per fornire una sorta di "terza gamba" al sistema sanitario nazionale, prima diviso tra prestazioni fornite dal pubblico con criteri universali, finanziate dalla fiscalità generale, e prestazioni puramente private, finanziate dalla capacità di spesa del singolo cittadino.
 
Ragioni demografiche, epidemiologiche, economiche e di equità sociale rendevano questa situazione insostenibile nel  tempo, o perché l'intervento pubblico, sempre più oneroso per le casse dello Stato non sarebbe stato in grado di reggere l'aumento dei costi se non a scapito della qualità e quantità dell'assistenza, o perché si sarebbe inevitabilmente assistito al nascere di una sanità di eccellenza per ricchi, autofinanziata, contrapposta alla sanità dei poveri, pubblica, di bassa qualità ed efficienza. Replicando quindi modelli simili a quelli statunitensi, ma contrari ai concetti di welfare tipicamente europei. 
 
Si pensò che istituire un sistema parallelo, finanziato con criteri assicurativi e su base volontaria fosse in grado di alleggerire il sistema pubblico da alcuni oneri e contemporaneamente assicurare un'adeguata assistenza a tutta la popolazione.
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Ora, a distanza di anni, cominciano ad essere evidenti problemi e storture che questo sistema ha determinato.
 
La prima criticità, a nostro avviso, è determinata dalla mancata individuazione dei perimetri entro i quali tale azione sussidiaria dell'intervento pubblico avrebbe dovuto esprimersi: se l'intervento doveva limitarsi alle prestazioni extra LEA, perché allora queste ultime non sono state chiaramente descritte e uniformate su tutto il territorio nazionale? E perché allora si permette da parte dei fondi di intervenire a supporto di prestazioni che dovrebbero essere erogate solo in regime pubblico? Questo, come evidenziato dal recente rapporto Gimbe, ha portato col tempo ad un aumento della domanda di prestazioni e non come auspicato a una sua diminuzione, determinando anche in sanità spinte di tipo consumistico.

Il secondo aspetto critico del sistema risiede nella stessa sua formulazione di adesione volontaria. E' evidente che in realtà, godendo di importanti agevolazioni, è stato piuttosto facile convogliare al suo interno gran parte del lavoro dipendente; ma non godendo il resto dei lavoratori delle stesse agevolazioni, il loro accesso resta a oggi assolutamente marginale, con il risultato di lasciare numeri importanti esclusi da questo sistema. Il fatto stesso che tali coperture siano determinate in fase di stipula dei contratti categoriali spesso significa che l'adesione "volontaria" del lavoratore tanto volontaria non sia, e soprattutto lo stesso non possa scegliere da chi farsi assicurare, e quali coperture ottenere.
 
Infine, si assiste a una sorta di gara al ribasso tra compagnie per potersi aggiudicare da un lato l'adesione di intere categorie di lavoratori, dall'altro a non essere altrettanto attenti a come queste coperture vengano poi fornite, con l'effetto originare fenomeni di diniego al rimborso come quello richiamato all'inizio (non entriamo nel merito delle motivazioni) di prestazioni teoricamente comprese. Lo stesso sistema di riassicurazione dei fondi poi determina una duplicazione di costi di gestione (in alcune ricerche stimati fino al 30%) che vengono sottratte all'assistenza.

Il problema dei costi determina la terza criticità: il progressivo e sostanziale calo della qualità delle prestazioni, per l'insostenibilità economica di tali sistemi. Tali forme di assistenza hanno determinato una drammatica corsa al ribasso delle tariffe, un aumento della complessità burocratica, un peggioramento della qualità lavorativa e del rapporto medico-paziente.
Non si può pensare però, nel quadro attuale, di abolire il cosiddetto terzo pilastro, ma si rende necessario riportarlo a una funzione più vicina a quella per cui originalmente era stato istituito.
E la soluzione dovrebbe necessariamente prevedere anche una profonda riforma del sistema pubblico, riorientando anche le sue competenze e priorità.
Fino ad ora si è inseguito un modello di eccellenza, giustamente cercando di assicurare a chiunque le migliori terapie disponibili che però, purtroppo, all’aumentare dell'efficacia creano un aumento esponenziale dei costi. Uno per tutti, vale l'esempio delle nuove terapie antitumorali. D'altra parte, invece, troppo poche risorse sono state investite in prevenzione: è l'unica risposta possibile se si vuole tenere insieme qualità del servizio, contenimento dei costi, aumento della salute generale.
 
 
 
Dott. Giuseppe Renzo
Presidente CAO Messina

01 Febbraio 2019

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