Il disagio giovanile come emergenza sociale: serve una rete psicologica pubblica per prevenzione, empowerment e resilienza

Il disagio giovanile come emergenza sociale: serve una rete psicologica pubblica per prevenzione, empowerment e resilienza

Il disagio giovanile come emergenza sociale: serve una rete psicologica pubblica per prevenzione, empowerment e resilienza

Gentili Direttore,
i dati diffusi dall’UNICEF nel Report Card 19, ripresi recentemente da Quotidiano Sanità, disegnano un quadro allarmante ma purtroppo non sorprendente: nei 43 Paesi dell’OCSE e dell’Unione Europea, il suicidio è la quarta causa di morte tra gli adolescenti tra i 15 e i 19 anni. Nel solo 2022, circa un giovane su sei tra i 10 e i 19 anni ha sofferto di un disturbo mentale diagnosticabile. A questo si aggiungono milioni di altri ragazzi e ragazze che, pur senza ricevere una diagnosi, sperimentano forme di disagio psicologico, ansia, difficoltà relazionali e senso di disconnessione dal proprio contesto sociale.

Questi numeri non sono semplici statistiche: sono segnali chiari di una crisi che sta colpendo in profondità le nuove generazioni. E non si tratta solo di effetti post-pandemici, come spesso si tende a credere: se la pandemia da COVID-19 ha sicuramente aggravato il malessere giovanile, le sue radici affondano in una serie di fattori strutturali più ampi, che comprendono l’insicurezza economica, la precarietà educativa e lavorativa, l’erosione del senso di comunità e le trasformazioni delle dinamiche familiari. A questi si aggiunge il peso delle aspettative sociali, spesso irrealistiche, e la pressione costante esercitata dai social media.

Oggi, grazie anche agli studi in ambito epigenetico, abbiamo una maggiore consapevolezza del fatto che lo stress prolungato, soprattutto nei periodi sensibili dello sviluppo, può avere effetti duraturi non solo sul benessere psicologico, ma anche sul funzionamento neurobiologico e persino sulla trasmissione intergenerazionale del trauma. Le esperienze infantili avverse (ACE – Adverse Childhood Experiences), come l’abbandono, l’abuso, l’esclusione sociale o la povertà, sono state ampiamente correlate con una maggiore vulnerabilità a disturbi psichici e fisici in età adulta. In questo quadro, la prevenzione non può più essere considerata un lusso o un intervento residuale, ma deve diventare un pilastro fondamentale delle politiche sanitarie e sociali.

Lo psicologo di base non può aspettare.
L’Italia è in grave ritardo nel dotarsi di una vera e propria rete pubblica per la salute psicologica. Il disagio psicologico nei giovani non può essere affrontato solo attraverso interventi emergenziali quando i vasi hanno tracimato o iniziative frammentarie, ma richiede una risposta sistemica che punti su tre assi principali: prevenzione, intercettazione precoce e promozione delle risorse individuali (empowerment e sviluppo della resilienza).
E’ essenziale mettere a leva le competenze che servono, lo psicologo deve diventare una figura strutturale e accessibile in diversi nodi della rete pubblica.

La scuola è uno degli ambienti primari di socializzazione dei giovani. La presenza stabile di uno psicologo può permettere un monitoraggio costante del benessere psicologico degli studenti, l’intercettazione precoce dei segnali di disagio, il sostegno a studenti, insegnanti e famiglie, oltre che la promozione di competenze emotive e relazionali. L’esperienza di molte regioni italiane dimostra che dove lo psicologo è presente stabilmente nella scuola, si registrano miglioramenti significativi nella gestione dei conflitti, nella prevenzione dell’abbandono scolastico e nella qualità della vita scolastica.

Ma ovviamente non è sufficiente intervenire solo nell’ambito scolastico: l’approvazione della legge per istituire lo psicologo di base deve diventare una priorità politica. Come il pediatra e il medico di famiglia, lo psicologo di base deve rappresentare un punto di accesso primario, gratuito e capillare per la popolazione, in grado di affrontare in modo tempestivo situazioni di disagio, senza attendere che degenerino in forme gravi. Questo consentirebbe anche un enorme risparmio sul lungo periodo, riducendo i costi per la sanità pubblica legati a cronicizzazioni e ospedalizzazioni.
Voglio ricordare su questo gli indirizzi dell’OMS (Scaling up mental health services within the PHC approach 2025) che poche settimane fa ha raccomandato l’inserimento degli psicologi nelle cure primarie.

La legge che ne prevede l’istituzione è ancora ferma, nonostante le evidenze scientifiche e gli appelli da parte di esperti, ordini professionali e associazioni. Tuttavia, mai come oggi è chiaro che non si può più attendere: è necessario un intervento legislativo urgente e risolutivo che renda operativa questa figura su tutto il territorio nazionale, garantendo equità di accesso anche nelle aree interne, nei piccoli centri e nei quartieri più svantaggiati.

Lo psicologo di base è chiamato a svolgere una molteplicità di funzioni fondamentali:
• Accoglienza e ascolto precoce del disagio psicologico: spesso le persone in difficoltà non sanno a chi rivolgersi o temono di essere giudicate. Avere una figura riconoscibile, stabile e inserita in ambito pubblico facilita l’accesso ai servizi e riduce lo stigma.
• Individuazione precoce di problematiche a rischio di aggravamento: depressione, ansia, disturbi da stress, difficoltà familiari o lavorative possono essere affrontati in modo efficace se intercettati nella loro fase iniziale. Lo psicologo di base può aiutare a evitare che tali problematiche si cronicizzino o degenerino in condizioni più gravi.
• Lavoro in rete con altri professionisti: il disagio psicologico spesso si intreccia con problemi sociali, economici e sanitari. Lo psicologo di base può fungere da raccordo tra i diversi attori della rete di cura e assistenza (medici, infermieri, operatori sanitari, educatori, servizi sociali), contribuendo a costruire un approccio realmente integrato e personalizzato.

Il benessere psicologico è un bene collettivo, non solo individuale.
Una rete psicologica pubblica può svolgere un ruolo attivo nella prevenzione, proponendo percorsi di educazione emotiva, sostegno alla genitorialità, gestione dello stress, alfabetizzazione affettiva e resilienza individuale. In questo modo, si favorisce una cultura della cura e della consapevolezza, che può riflettersi positivamente su tutta la collettività.

La solitudine sociale e la frammentazione dei legami sono tra i fattori di rischio più gravi per la salute mentale. Servono politiche che promuovano coesione e senso di appartenenza: gruppi di auto-aiuto, sportelli itineranti, laboratori di educazione affettiva e relazionale, attività intergenerazionali.
Investire nel benessere dei giovani significa investire nel futuro del Paese. Ogni euro speso per la prevenzione psicologica genera risparmi futuri in termini di spesa sanitaria, previdenziale, carceraria, educativa. Ma soprattutto restituisce dignità e possibilità a intere generazioni. La sofferenza psicologica non è invisibile: si manifesta nei silenzi degli adolescenti, nelle assenze scolastiche, nelle crisi di panico, nei corpi che si feriscono. A ignorarla, siamo tutti complici. A prendercene cura, possiamo essere parte della soluzione.

David Lazzari

David Lazzari

20 Maggio 2025

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