Gentile direttore,
The Lancet, una delle più prestigiose riviste internazionali di medicina, ha lanciato un preoccupante allarme sulla disinformazione sanitaria sostenendo “che è stata trasformata in un’arma di propaganda, sfruttando la paura, minando la fiducia del pubblico e ostacolando l’azione collettiva nei momenti critici… è diventata uno strumento deliberato per attaccare e screditare scienziati e professionisti della salute per ottenere vantaggi politici. Gli effetti sono distruttivi e dannosi per la salute pubblica”.
La disinformazione sanitaria non è un problema recente; è diventato più complesso con il coronavirus che ha maggiormente evidenziato i danni provocati da una comunicazione senza regole; sono state messe fortemente in discussione, in quell’occasione, soprattutto da parte di profani privi di conoscenze di base, l’importanza e il ruolo delle competenze professionali, dimenticando che nessuna comunità può funzionare se non si ammettono i limiti individuali del nostro sapere e se non ci si fida delle competenze degli altri.
Per questo motivo negli ultimi anni la Comunità Europea ha elaborato e adottato, con il coinvolgimento dei gestori delle principali piattaforme digitali, un codice, per adesso volontario, per declassare i contenuti falsi o fuorvianti e rimuovere quelli illegali o che potrebbero provocare gravi danni alla salute. Ogni singola piattaforma si è quindi impegnata ad affidare a un soggetto terzo la veridicità di post e video (fact-cheking). Un impegno costoso che non può che ridurre il business.
Le giuste preoccupazioni di The Lancet sono dovute alla scarsa propensione delle piattaforme nel dare attuazione agli impegni assunti e alla decisione assunta da Musk nel 2022 di eliminare il fact-cheking nella piattaforma X, in virtù del ‘nobile’ principio di libertà di espressione; decisione seguita adesso con disinvoltura e opportunismo da Google e Meta (Facebook, Instagraam, WhatsApp e Messenger). Per il futuro non pare pertanto ipotizzabile un contributo delle piattaforme digitali contro la disinformazione sanitaria.
Alle posizioni assunte da Musk, Zuckerberg e Pichai inoltre segue a ruota l’immediata decisione di Trump di non aderire all’accordo del 2021 dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) sulla ‘tassa minima globale sulle multinazionali‘ (minimum tax), accordo che impone un’aliquota fiscale di almeno il 15% sulle holding che hanno sede in un paese che ha aderito all’intesa; in questo modo in USA l’aliquota resterà del 10%.
La modalità assunta dal nuovo governo USA di rifiutare i risultati della cooperazione internazionale, raggiunti nel tempo con un intelligente lavoro di mediazione tra gli Stati per affrontare le grandi questioni mondiali, ha colpito anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’Agenzia dell’ONU che ha il compito di coordinare la risposta mondiale alle minacce della salute e che fornisce assistenza tecnica ai Paesi più poveri. Accampando problemi finanziari, che sono risolvibili, il Presidente Trump ha deciso di ritirarsi dall’OMS contro le opinioni degli esperti che hanno avvertito che il ritiro dall’Organizzazione indebolirebbe le difese del mondo contro nuovi pericolosi focolai in grado di scatenare pandemie che, non fermandosi evidentemente ai confini, richiedono sempre più una maggiore cooperazione internazionale.
Antonio Saitta