Gentile Direttore,
è interessante come la ricerca di una continuità di relazione fra terapeuta e paziente in salute mentale poi debba confrontarsi costantemente con la frammentazione. Mi viene in mente come, specie in situazione di fretta da carenze di risorse, di fronte ad una urgenza di un paziente seguito da altri, spesso si finisce per fare aggiustamenti minimali, modeste toppe che confluiscono in una miscellanea di interventi scoordinati. Più che l’interesse del paziente domina l’affaccendamento improduttivo del medico, senza che sia chiaro un progetto definito e condiviso.
Questa frammentazione degli interventi richiama altre frammentazioni strutturali. C’è la frammentazione dei luoghi secondo il modello tayloristico della produzione in catena di montaggio, fatto proprio dal manicomio con i vari padiglioni dove transitava il paziente, ed evoluto poi nelle varie strutture che compongono il DSM, dove SPDC, CD CT e CSM si occupano separatamente di acuzie, cura e riabilitazione, senza mai ricomporre un intero, per non parlare degli ambulatori specialistici che vari DSM aprono per singole patologie. E non dimentichiamo che una frammentazione esisteva anche fra un manicomio che curava i matti e le neurologie che si erano sempre occupate, con modalità diverse, degli “esaurimenti”.
Se però uno ampia lo sguardo, si accorge che questa salute mentale, che funziona rattoppando e frammentando, è di fatto oggi ampiamente dominante.
Qualche giorno or sono leggevo che, nella Regione Veneto, è stato ulteriormente finanziato un numero verde di prevenzione dei suicidi, allargando anzi ulteriormente le sue competenze a Servizio di Ascolto Psicologico per la Gestione delle Emergenze della Comunità. Lodevolissima iniziativa, ma …
Non mi soffermo sul senso economico di una operazione per cui ognuna delle 1600 chiamate telefoniche ricevute in un anno da cittadini veneti, soprattutto per problemi di salute mentale e di problematiche familiari, è costata € 205. Mi soffermo invece sul senso di un servizio che opera su base regionale, ma è di fatto slegato dai servizi regionali, in particolare dai CSM (che nello stesso periodo fanno in media 20.000 interventi telefonici a cui seguono poi direttamente e localmente i provvedimenti necessari) e dai consultori familiari, altro luogo dove gli operatori, fra le tante incombenze e carenze, rispondono costantemente al telefono per affrontare e cercare di risolvere i problemi delle persone.
E questo si lega agli altri frammentari interventi.
Che dire del Bonus Psicologico, rifinanziato con dotazione inferiore a quella del 2023 quando, con 10 milioni di euro, aveva potuto accogliere solo 3.300 domande, meno del 3% di quelle arrivate, ed ancora più irrisorie rispetto ad un malessere che appare di dimensioni ben diverse?. La farmaceutica indicata dal SISM ci dice che almeno 6,6 milioni di italiani hanno assunto antidepressivi ed 1,2 hanno assunto antipsicotici (non riporta il dato degli ansiolitici). Se il tentativo è quello di costruire un modello di intervento non farmacologico per i problemi di salute mentale direi che la battaglia è persa senza nemmeno essere iniziata.
Cosa dire della psicologia di consultazione in ospedale, che varie norme hanno portato al di fuori dei Dipartimenti di Salute Mentale? E di una psichiatria nelle carceri che, dove non è gravemente carente, deve più appoggiarsi su professionisti privati che sui servizi pubblici?
Fioriscono peraltro iniziative volte a portare lo psicologo nelle scuole e il Congresso SINPF sottolinea la importanza anche degli psichiatri. Ma non saranno certo quelli del servizio pubblico, incapaci di soddisfare perfino le richieste che arrivano ai CSM.
Si moltiplicano le iniziative per lo psicologo di base ed i vari Comuni, in rapporto alle disponibilità economiche, aprono sportelli psicologici, ma che legame hanno con le altre agenzie di aiuto?
E tutto questo mentre una ulteriore frammentazione avviene negli stessi servizi, dove, fra residenzialità, semiresidenzialità affidate a privati, e case di cura che tamponano i limiti degli SPDC con sempre meno posti letto, si moltiplicano i soggetti comunque esterni al DSM. E non mi si venga a dire che poi le varie riunioni permettono la integrazione complessiva unitaria …alla fine è solo utilizzare tempo per tentare vanamente di mettere insieme una frammentazione che ci si poteva risparmiare …
Il problema non sono queste iniziative, che testimoniano solo che la gente sta male e chiede giustamente aiuto. Il problema è la mancanza di un progetto complessivo che non moltiplichi inutilmente luoghi e persone. Non so più se, per come con il tempo si è connotato in senso strettamente psichiatrico, il Dipartimento di Salute Mentale sia necessariamente l’agenzia più idonea a mettere insieme questi luoghi che si occupano in senso ampio di salute mentale. Ma, appunto, non sarebbe ora di costruire un qualche progetto complessivo ed unitario che riguardi veramente la salute mentale, un qualche pensiero non minimalista e rattoppato, che non si illuda di risolvere qualcosa aggiungendo ogni giorno un qualche irrisorio frammentato pezzetto?
Andrea Angelozzi
Psichiatra