La Toscana e le guardie ospedaliere. Internisti non possono operare in ambiti specialistici

La Toscana e le guardie ospedaliere. Internisti non possono operare in ambiti specialistici

La Toscana e le guardie ospedaliere. Internisti non possono operare in ambiti specialistici

Gentile Direttore,
il contributo di Pietro Marzi sul problema delle guardie ospedaliere in Toscana è apprezzabile ma, a mio parere, non risolve i problemi attualmente in discussione al tavolo regionale e presenta proposte palesemente in contrasto con la normativa vigente.La prima parte del documento individua correttamente la normativa contrattuale di riferimento per l’organizzazione delle guardie e, in particolare, il concetto di guardia per area funzionale omogenea è oggetto di una disamina puntuale. Posso aggiungere che il concetto di area omogenea, nella sua individuazione lessicale, è riportato nella Legge 23 ottobre 1985, n. 595 (articolo 10) recante “Norme per la programmazione sanitaria e per il piano sanitario triennale 1986-1988”, in cui si fa riferimento alle degenze ospedaliere per aree funzionali omogenee afferenti ad attività di medicina, chirurgia e di specialità.

Il protocollo sulla continuità assistenziale firmato in Toscana nel 2008, ai sensi dell’articolo 9 del Ccnl 2002/2005, stabilisce l’obbligo di organizzare la guardia nelle UU.OO., Dipartimenti o aree funzionali omogenee di Medicina Interna e Chirurgia generale in tutti gli ospedali con almeno 15.000 accessi per anno al Pronto Soccorso. Le ulteriori guardie specialistiche, ovviamente, sono previste in base alla tipologia degli ospedali (zonali, provinciali, di area vasta). In premessa è affermata la necessità che in contrattazione decentrata debba essere posta particolare attenzione nell’organizzazione dei servizi di continuità assistenziale che coprano più UU.OO. al fine di garantire l’effettiva adeguatezza della competenza professionale del medico nella specialità oggetto di guardia, tenendo conto dell’equipollenza delle discipline e dell’attività svolta. Il contratto 2006/2009 con l’articolo 5 (Coordinamento regionale) prevedeva che le Regioni, entro 90 giorni dall’entrata in vigore dello stesso, previo confronto con le organizzazioni sindacali firmatarie, potessero emanare “linee di indirizzo relative ai criteri generali per la razionalizzazione ed ottimizzazione delle attività connesse alla continuità assistenziale ed urgenza/emergenza al fine di favorire il rispetto dei principi generali inerenti l’orario di lavoro”. Tale possibilità fu fatta decadere.

Marzi a questo punto propone una totale revisione del modello di continuità assistenziale prospettando la possibilità che negli ospedali (di tutte le tipologie?) siano solo gli internisti a coprire i turni di guardia nei vari reparti medici, mutuando il modello hospitalist in vigore negli Stati Uniti (per altro con funzioni ben diverse da quelle che si vorrebbero introdurre in Italia). Nella sua applicazione estrema, già tentata in alcune aree della Toscana, il modello prevede che siano gli internisti a farsi carico anche delle guardie in ambito chirurgico. Gli elementi di illegittimità attengono non solo al “salto” del limite organizzativo dipartimentale o di area funzionale omogenea, spingendosi ad ipotizzare una distribuzione non equa dei turni di guardia notturna, lavoro notoriamente usurante, da cui verrebbero esclusi gran parte degli specialisti. È sempre il Ccnl 2002/2005, all’articolo 16, c. 3 a prevedere che il servizio di guardia sia svolto da tutti i Dirigenti medici ad esclusione dei Direttori di struttura complessa ed è sempre l’Allegato 2 dello stesso contratto ad imporre la distribuzione in turni uniformi per tutti i componenti dell’équipe. È evidente che le OO.SS. mai accetteranno una revisione siffatta della normativa contrattuale ed è altrettanto palese che le aziende sanitarie che si incamminassero su questa strada dovrebbero affrontare la denuncia per attività antisindacale. Non si capisce poi perché gli internisti, nell’attuale contesto giuridico italiano, debbano condividere allegramente il rischio derivante dall’operare in ambiti specialistici molto diversi da quelli di appartenenza, considerata la concreta possibilità di essere chiamati a rispondere in sede giuridica per semplice “contatto sociale” e derivante “responsabilità contrattuale” anche degli eventi avversi che dovessero insorgere in tali reparti.

I problemi relativi alla continuità assistenziale che abbiamo posto come OO.SS. al tavolo di confronto regionale sono in verità di ben più ampia portata e concernono in particolare la sicurezza delle cure ospedaliere per tutto l’arco della giornata. Abbiamo chiesto all’Assessore per il Diritto alla Salute di condividere con le OO.SS. un modello organizzativo per ogni tipologia di ospedale. Per esempio, se un Ospedale ha una popolazione di riferimento reale di 80-150.000 abitanti e presenta un numero di accessi al P.S. superiore a 20-25.000 per anno e un numero di parti per anno superiore a 500-1000, quale deve essere lo standard organizzativo per garantire a tutti i cittadini la sicurezza delle cure? Dopo 6 mesi di discussioni ancora aspettiamo, con sempre minore fiducia, una risposta.
 
 
Carlo Palermo
Segretario Anaao Assomed Regione Toscana

21 Maggio 2013

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