Gentile Direttore,
in merito alla cosiddetta riforma della medicina territoriale, prima di discutere dello status giuridico del medico di medicina generale, toccherebbe rendere edotta la popolazione sul tipo di assistenza che si vuole offrire. Un servizio di capillarità e prossimità come erogano gli attuali studi di medicina generale? Allora questo non può prescindere dalla possibilità che viene data al cittadino, così come stabilito dalla legge 833/78 , di affidarsi ad un medico di sua fiducia. Si vuole, in alternativa, offrire un’assistenza in una struttura territoriale che funzioni h 24 e che offre servizi vari, oltre l‘assistenza di base? Tipo ospedale per intenderci. In questo caso non è la cura che si fa prossima al cittadino, ma il cittadino che deve recarsi nel luogo di cura.
Entrambi i modelli presentano i loro vantaggi e svantaggi. Stabilito il modello possiamo discutere dello status giuridico dei medici di medicina generale.
È chiaro che nella Casa di Comunità viene meno il rapporto fiduciario, considerato che la propria prestazione professionale si eroga ad una platea indistinta così come succede in ospedale. Allora il medico di medicina generale deve essere inquadrato ad ore, dirigente o convenzionato che sia, tipo gli specialisti ambulatoriali che oggi lavorano nei distretti sanitari. Se ,invece ,si mantengono gli studi periferici, circa 40.000 in Italia, è chiaro che il tipo di rapporto non può essere altro che libero professionale convenzionato o parasubordinato che sia.
Il Governatore della Regione Lazio che vuole tutti i medici dipendenti ‘perché li paga lui e lui deve poterli spostare dove servono’ cominciasse a porsi il problema di reperire 3500 studi periferici dove farli lavorare, perché i medici dipendenti sicuramente non metteranno i propri studi privati , con spese connesse, a disposizione di un sistema che li considera come tappabuchi nulla facenti.
Come è irricevibile, anche, la proposta di FI che vuole i medici di famiglia 20 ore negli studi e 18 ore nelle Case di Comunità.
Infatti, i giovani medici che, secondo il vigente ACN, dovevano assumere il ruolo unico per gli incarichi attribuiti da gennaio 2025 in poi, sono restii ad accettare .Lavorare 38 h in Casa di Comunità e obbligatoriamente aprire uno studio in periferia per la presa in carico di pazienti si sforano i tetti sugli orari di lavoro e il Sindacato Medici Italiani, aveva proposto in sede di contrattazione, per il tramite del suo Segretario Generale, di adottare il part time ( riduzione ore/ scelte) e di valorizzare lo straordinario ( ore lavorate in più oltre le 38). Proposte naturalmente cadute nel vuoto, ma che sarebbero state sicuramente un incentivo.
Non si convincono i giovani ad accettare di lavorare nel ruolo unico e allora che si fa? Si intruppano all’ interno delle Case di Comunità un’intera popolazione di professionisti cambiando le regole di ingaggio a colpi di decreti legge .
Siccome il pragmatismo è donna e poiché le donne sono quelle che al 70% erogano le cure ai cittadini di questo paese, forse è il momento che abbiano più voce in capitolo e ripetita iuvant le soluzioni da mettere in campo sono:
– Bandi di assunzione per lavorare all’interno delle Case di Comunità con contratto ad ore di dipendenza o convenzione come quello degli specialisti ambulatoriali e relative tutele (maternità, malattia, ferie, infortunio).
-Modifica dell’art 8 della legge 592/92 per riassumere all’ interno delle ASL e Case di Comunità i medici dei servizi , convenzionati ad ore che potrebbero assolvere parte degli impegni nelle Case di Comunità.
– Chiedere ai medici che lavorano a rapporto fiduciario di assumere un secondo incarico ad ore (con relative tutele) compatibile con il numero di scelte che hanno in carico, secondo l’ attuale ACN ma con possibilità di limitare scelte/ore ( part time).
Non ce la facciamo più a lavorare dalle 45 alle 60 ore a settimana, il riposo e le ferie non sono che un miraggio ed appena abbiamo un problema personale e familiare la nostra vita si complica a dismisura come, ha detto la collega Ilaria Rossiello, specializzata in medicina generale, 34 anni, che ha dato le dimissioni, annunciandole sui social, dalla medicina generale perché il pensiero di andare a lavoro era più angosciante del tumore di cui era affetta.
Le donne medico dirigenti dello SMI
Liliana Lora
Vice Segretario Nazionale Vicario SMI
Fabiola Fini
Vice Segretario Nazionale SMI
Santina Bianchi
Responsabile Nazionale SMI Specialistica Ambulatoriale
Cristina Patrizi
Segretario Regionale SMI Lazio
Tiziana Alescio
Segretario Regionale SMI Sicilia
Delia Epifani
Segretario Regionale SMI Puglia
Alessandra Moraca
Segretario Regionale SMI Marche
Antonella Giordano
Presidente Regionale SMI Molise
Claudia Felici
Responsabile Regionale Lazio Area Convenzionata
Marina Pace
Vice Segretario Vicario Regionale SMI Lazio
Beatrice Bene
Presidente Regionale SMI Sardegna
Ornella Flore
Vice Responsabile SMI Convenzionata Sardegna
Patrizia Margagliotti
Vice Segretaria Organizzativa SMI, Sardegna
Simona Luconi
Tesoriere SMI Sardegna
Renza Bollettin
Direttivo SMI Trento
Doriana Rivizzigno
Delegata aziendale SMI Bari
Natascia Giani
Presidente SMI Fvg
Antonella Di Michele
Consigliere Nazionale SMI Fvg
Giulia Cusmano
Delegata aziendale SMI Lecce
Maria Antonietta Eletti
Vice Presidente Smi Puglia
Elena Cimbalo
Direttivo SMI Umbria
Annamaria di Lorenzo
Presidente Collegio Probiviri SMI
Emira Ciodaro
Responsabile area convenzionata SMI Calabria
Ornella Mancin
Consigliere nazionale SMI
Lisa Pardi
Referente regionale SMI Lazio per la formazione
Cettina de Gerardis
Consigliere nazionale SMI
Sabrina Bonollo
Consigliere regionale e nazionale SMI Veneto
Valeria Pozzato
Consigliere Regionale e Nazionale SMI Veneto
Emanuela Zurru
Direttivo regionale SMI Liguria
Silvia Santhià
Direttivo regionale SMI Piemonte
Ermelinda Luccarelli
Vice segretario Nazionale Organizzativo SMI
Tina De Maio
Responsabile Area Convenzionata SMI Benevento
Cettina De Gerardis
Consigliera nazionale SMI Lombardia
Piera Mattioli
Presidente SMI Marche