Gentile direttore,
«No tu no»: non poteva esserci titolo migliore – icastico e fulminante – della suggestione jannacciana per la recentissima pubblicazione edita dal Sole 24 Ore e firmata dalla attenta giornalista Barbara Gobbi e dalla collega Rosanna Magnano. «No tu no – che fine fa un Paese se la salute non è per tutti» affresca uno stato delle cose drammatico, nella misura in cui le condizioni di erogazione della salute pubblica sono sempre più ingiuste.
Alternando riflessioni fondate su studi e dati a interviste ad esperti del settore, le due giornaliste restituiscono un’analisi spietata con cui è necessario che intanto le funzioni esecutive e legislative facciano i conti. Ma che vi si misurino anche tutti i soggetti a vario titolo coinvolti nel sistema sanitario italiano.
Il tema che qui interessa evidenziare è il tema dei temi: l’Italia che invecchia senza che sia previsto (e cioè debitamente programmato e finanziato) un adeguato modello di welfare. «Per curare gli over 80 spenderemo un euro su tre», si scrive nel libro, «la quasi certezza di dover ricorrere, da un certo momento della vita, a cure sanitarie e assistenziali continuative (long term care, Ltc) proiettata nei prossimi decenni è uno dei principali rischi sociali che pesano sul futuro dell’Italia». Lo Stato non ce la fa già oggi, le misure originate dal PNRR al momento sembrano avere l’efficacia di un colpo a salve, quando non indirizzato verso il bersaglio sbagliato.
In questo contesto disperante, «come un fiore nato dal silenzio (Albert Camus, Lo straniero), alcuni soggetti non propriamente di mercato hanno preso l’iniziativa virtuosa di intervenire là dove lo Stato langue. Mi riferisco anzitutto alle Casse di Previdenza, che hanno deciso di fornire prestazioni di welfare assistenziale, peraltro in maniera appropriata, ovvero sartoriale rispetto alle reali necessità di salute dei propri associati. Questo fenomeno, che va consolidandosi sempre più, rappresenta un’evoluzione di straordinario impatto ed altrettanta lungimiranza che, nei fatti, dischiude a due diversi fronti.
Il primo: questi enti assumono una funzione centrale nelle dinamiche sociali e in definitiva etiche perché scelgono di profilarsi come erogatori di protezione sociale. Il secondo: poiché questo sistema di «soccorso» spesso non è erogabile direttamente, le Casse di Previdenza aprono ad alleanze con terzi, coniando innovativi modelli di partnership. È il caso della Fondazione Enasarco, ente tra i più premurosi verso i propri iscritti, che ha strutturato un patto di salute anche con il Terzo Settore, protagonista di una lunga stagione sussidiaria al fianco del Servizio Sanitario Nazionale. Qui il mio richiamo: la cooperazione non lasci cadere una così importante opportunità, utile non già in termini di mercato, ma a consentire la giusta evoluzione della propria natura. In un mondo che è cambiato ribaltando gli schemi conosciuti, in una economia ormai globalizzata, se il Terzo Settore – custodendo l’ispirazione originaria – non riuscirà a adattarsi, dilapiderà la sua funzione storica. Allearsi eticamente con il «capitale paziente»: perché no?
Giuseppe Maria Milanese
Presidente Confcooperative Sanità