Gentile Direttore,
si susseguono sulla stampa aneddoti di giovani MMG dimissionari che intraprendono strade professionali più appaganti rispetto al lavoro sul territorio, per i noti problemi: burocrazia opprimente, eccessive richieste di pazienti esigenti, incremento della cronicità, dei vincoli prescrittivi e dei carichi di lavoro, difficoltà di conciliare il lavoro e con la vita sociale e familiare, mancanza di tutele etc.
Il fenomeno si inquadra in una generale disaffezione per la “carriera”, il cosiddetto quit quitting, e in MG in una crisi vocazionale che si manifesta da anni con la scarsa attrattività del corso regionale (borse non assegnate e rinunce dei vincitori) abbinata a defezioni durante il triennio, vista l’ampia gamma di opzioni offerte dal mercato del lavoro. In Umbria, ad esempio hanno iniziato a frequentare i seminari la metà di coloro che a fine 2024 avevano superato la selezione, coprendo 1/3 dei posti messi a concorso.
Se questo trend verrà confermato in altre regioni anche il ricambio generazionale sarà a rischio, specie in caso di prepensionamenti rispetto al calcolo teorico dei 70 anni, in base al quale viene definito il fabbisogno di nuovi ingressi in sostituzione delle 7mila uscite previste entro il 2027, che aumenteranno le zone prive di assistenza generalista, con crescente disagio per i cittadini.
La crisi à dovuta al disallineamento tra domanda ed offerta, ovvero ad un mismatch a tre livelli che interagiscono con esiti sistemici:
– il gap tra domanda di prestazioni specialistiche ed offerta del SSN, che provoca i lunghi tempi d’attesa per visite ed accertamenti e l’aumento degli accessi in MG;
– quello tra zone carenti e mancanza di candidati ai bandi regionali, che sovraccarica di assistiti i generalisti in attività, molti dei quali prossimi alla pensione;
– il gap tra posti disponibili al Corso regionale e scelte dei neolaureati disposti a frequentarlo che sul medio periodo blocca il ricambio generazionale e la possibilità di compensare le carenze territoriali.
Si è instaurato un circolo vizioso a feedback positivo che si automantiene ed espande a spirale, per l’effetto delle scelte individuali micro che impattano negativamente sull’equilibrio macro e sulle decisioni di altri attori della rete, che retroagiscono a loro volta a livello sistemico. Vediamo schematicamente le dinamiche innescate e i possibili sviluppi sul breve periodo.
La combinazione tra le due discrepanze territoriale investe vecchi e giovani: ai MMG ultra 60enni vengono attribuiti assistiti ben oltre il massimale per tentare di compensare il deficit ssistenziale, con ulteriore sovraccarico di lavoro, mentre i neo convenzionati e i corsisti che iniziano a lavorare vengono gettatiti nella mischia dove acquisiscono in poco tempo numeri importanti di assistiti senza quella gradualità che in passato consentiva l’adattamento alle pratiche sul campo, diventate nel frattempo complicate e destabilizzanti.
Per lo stress collegato al surplus di domanda, talvolta senza un’adeguata organizzazione ambulatoriale, si assiste da un lato al calo vocazionale e alle defezioni dalla convenzione e, dall’altro, viene incentivato il pensionamento anticipato, a dispetto dell’innalzamento a 73 anni del limite pensionistico. E’ superfluo notare che i due fenomeni si intrecciano aggravando il mismatch tra domanda ed offerta, che rischia di alimentare ulteriormente il circolo vizioso di cui sopra.
In questo panorama già abbastanza problematico l’entrata in vigore dal 2025 del Ruolo per evitare il flop delle Case della Comunità, obbligatorio per i nuovi convenzionati e opzionale per i “vecchi”, ha accentuato il gap generazionale che si sta trasformando in aperto conflitto.
All’indomani della firma dell’ACN 2019-2021 nella primavera del 2024 le reazioni al doppio standard sul ruolo unico erano state tutto sommato blande. Dopo un anno sono diventate protesta pubblica – a base di iniziative sindacali e raccolta di firme sul Web – tra i corsisti e tra i diplomati in procinto di accettare il convenzionamento, per via dell’impegno orario richiesto nelle Case della Comunità. Effettivamente il doppio trattamento appare iniquo e disincentivante proprio verso chi dovrebbe essere aiutato e incentivato a dare il proprio contributo in un frangente critico per il sistema, configurando la tipica soluzione dagli effetti contro intuitivi rispetto agli obiettivi perseguiti.
Difficile comprendere le motivazioni che hanno spinto le controparti a sottoscrive una convenzione dai tratti discriminatori e dagli esiti imprevedibili, sebbene vi sia chi si afferma che il prossimo ACN estenderà il ruolo unico a tutti. Ma in che tempi e, nel frattempo, con quali conseguenze immediate sulle scelte di lungo periodo degli specializzandi in MG?
Il ventilato passaggio alla dipendenza invece di disinnescare il circolo vizioso potrebbe aggravarlo, viste le ore di debito orario per un super massimalista: 24 per l’assistenza a ciclo di scelta più altre 14 in casa della Comunità. La riforma della dipendenza accentua la logica del ruolo unico, portandola agli estremi con una rigidità organizzativa dai potenziali effetti controproducenti. I cronici rinvii di una riforma annunciata da anni segnalano una sorta di paralisi decisionale per la difficoltà a leggere e interpretare la complessità sistemica e a trovare soluzioni praticabili per problemi rinviati da decenni.
Dott. Giuseppe Belleri
Ex MMG – Brescia