Gentile Direttore,
la discussione sulla collocazione contrattuale della medicina generale assume talvolta i toni della contrapposizione tra posizioni inconciliabili e talvolta forzatamente semplificatrici. Da un lato il passaggio alla dipendenza appare come la panacea (Medicina generale. Il presidente della Regione Lazio si schiera per la dipendenza, Rocca: “Sì alla riforma, troppe difficoltà per i cittadini. Se una periferia è sguarnita devo poterla coprire” – Quotidiano Sanità) , dall’altro si ritiene che sia necessario solo qualche aggiustamento ma che il modello attuale sia il migliore possibile. ( Medici di famiglia. Scotti (Fimmg): “Ipotesi dipendenza? In corso incontri con Regioni e dopo vedrò Ministro. Senza risposte pronti a protesta” – Quotidiano Sanità) In questa maniera si rischia di tralasciare l’insieme dei problemi che qualsiasi scelta si faccia dovrebbero essere presi in considerazione e che sono essenziali per una buona qualità delle cure. Provo ad elencarli.
Case della comunità. Le cure primarie non possono essere pensate solo in funzione della Case della Comunità e della presenza oraria dei medici. Una quota importante della popolazione vive e vivrà distante da queste strutture e avrà difficoltà a raggiungerle per problemi di viabilità, trasporti o di fragilità. Se si dovrà trattare realmente di Case “della” comunità sarà necessario preoccuparsi di tutti, soprattutto di chi per salute, residenza o censo rischia di rimanere fuori dai servizi. Altrimenti si potrebbe riprodurre il meccanismo di diseguaglianza tra che vive vicino ad un ospedale e chi no.
La dimensione “tempo”. Uno degli aspetti più importanti dell’attuale assetto della medicina generale è il tempo, dimensione spesso trascurata nella programmazione dei servizi. Oggi un cittadino incontra ed è curato dallo stesso medico per molti anni. Quando entra in ambulatorio non ha bisogno di dire il proprio nome, chi lo cura sa dove abita e conosce la sua casa e la sua famiglia, ovvero conosce la sua storia. Non è un caso che nonostante tutte le polemiche il medico di medicina generale resti sempre ai vertici del gradimento dei cittadini. La domanda è: se si deciderà di modificarne lo status come si pensa di mantenere o comunque porre attenzione a questa dimensione del tempo che è la più rilevante della tanto sbandierata “presa in carico”?
“La casa come principale luogo di cura è oggi possibile” con queste parole Mario Draghi presentava i progetti sui servizi sanitari territoriali del PNNR ( Il programma di Mario Draghi: “Primo dovere combattere con ogni mezzo la pandemia e poi riforma sanità territoriale. La ‘casa’ deve diventare principale luogo di cura” – Quotidiano Sanità) . Le ipotesi di passaggio alla dipendenza del MMG ipotizzano esclusivamente una ripartizione di ore tra ambulatorio e Casa della Comunità. Non vi è cenno di attività a domicilio (Medici di famiglia. Arriva la proposta di riforma di Forza Italia. Rimane la convenzione. Al lavoro 38 ore a settimana di cui 18 nelle Case della Comunità – Quotidiano Sanità) . Sembra che l’attività a casa sia delegata solo all’infermiere di comunità. Sappiamo benissimo che con gli attuali massimali ampiamente saturi il medico di famiglia ha sempre più difficoltà ad andare a domicilio ma sappiamo anche che ci va anche nelle forme contrattuali, probabilmente da rivedere, dell’ADP e dell’ADI. Sappiamo che le televisita e il telemonitoraggio potranno in parte risolvere il problema ma questi sono possibili sono per i casi già in carico, non per gli altri. Credo quindi che qualsiasi riforma debba affrontare il tema di chi e come può fornire il servizio a domicilio.
Aree interne. Nelle aree interne ormai non ci va a lavorare più nessuno, dipendente pubblico o convenzionato che sia, e si tratta di territori dove la fragilità socio sanitaria è più accentuata (Aree interne: i nodi essenziali da sciogliere – Quotidiano Sanità) . Per queste zone, dove non ci sarà mai nessuna casa della comunità, devono essere pensate forme organizzative nuove e flessibili, strettamente integrate con tutti i servizi esistenti (medicina generale, continuità assistenziale, specialisti, telemedicina, farmacie, volontariato, enti locali, protezione civile, RSA, ecc.). Per farlo bisogna però mettere il problema chiaramente all’ordine del giorno mentre pare che sia un argomento passato in secondo piano.
La considerazione finale è quindi che, come al solito, le questioni complesse non hanno soluzioni semplici basate su slogan o pregiudizi ma richiedo attenzione, approfondimenti e discussioni che valutino tutte le conseguenze, positive e negative delle decisioni che si prendono. Senza questo approccio rischiamo di mettere ancora più in crisi i valori fondanti del SSN ovvero equità, universalità e accessibilità.
Giorgio Simon
Già direttore generale Azienda sanitaria Friuli Occidentale