Gentile Direttore,
scrivo per dare il mio (modestissimo) contributo al dibattito che in questi giorni agita (forse) l’opinione pubblica ma sicuramente la classe medica ed in particolare i Medici di Medicina Generale. Premetto che non sono un MMG, ho però avuto modo di svolgere tale funzione con incarichi provvisori per un tempo sufficiente a farmi toccare con mano tutte le criticità e le problematiche che si annidano nella moderna professione del MMG. Tali problematiche mi spinsero poi a cercare il mio futuro altrove, ma conservo intatto il fascino per un lavoro che si svolge “tra la gente”, immerso tra le persone con cui si costruiscono rapporti di fiducia fondamentali per svolgere il lavoro di medico nel contesto extra-ospedaliero.
Che le problematiche ci siano e che degli aggiustamenti siano necessari pare ormai opinione comune sia tra i cittadini che tra gli stessi MMG. Molti di loro, stremati da condizioni di lavoro difficili, vedono di buon grado il passaggio alla dipendenza, strumento in grado finalmente di dare loro garanzie (malattia, ferie ecc.) e orari certi.
Nei giorni scorsi, su un noto quotidiano, la giornalista Gabanelli, nella veste di megafono del ministero, divulgava un “documento riservato” che dovrebbe portare ad “una svolta epocale”. Ciò che mi ha colpito di quell’articolo (ma se ne possono trovare tracce anche in diversi precedenti) è la descrizione della dipendenza come del giogo in grado finalmente di legare i MMG a fare il loro lavoro per 38 ore settimanali e non per 10 o 15 come fanno ora. Chi ha già un contratto di convenzione in essere dovrebbe lavorare alcune ore per i suoi assistiti e la restante parte di ore nelle case di comunità. Sicuramente non è questa la dipendenza che sognano i colleghi MMG, già sfiancati dall’attuale metodo di lavoro.
Già, ma perché nessuno, ministero o Gabanelli si è preso la briga di confrontarsi con i MMG per capire in che direzione andare? Perché nessuno, associata a questa epocale riforma, parla dei finanziamenti in termini economici, di personale, di strutture e di mezzi necessari per avere turni sempre coperti, ambulatori capillarmente distribuiti (e non solo 1300 case di comunità) e visite domiciliari?
Di altri fondi invece si è già iniziato a parlare, forse perché questi fanno gola, quelli dell’ENPAM. Descritta come una potente e oscura lobby, quasi inattaccabile e per tanto solo nello scontro con essa “si misurerà la forza del governo”. Ora, che l’ENPAM non veda di buon occhio il passaggio alla dipendenza degli mmg non mi sembra né un segreto né uno scandalo viste le sue prerogative. Qualcuno si è forse preoccupato dell’impatto di questa riforma sul più grande ente previdenziale privato? Qualcuno si sta preoccupando della sostenibilità e della salvaguardia delle pensioni presenti e future dei nostri colleghi? Non mi sembra.
Ancora, associata a tale riforma vi sarebbe anche la riforma della formazione degli MMG, i corsi, da regionali, diventerebbero universitari. Evidentemente si reputa il modello universitario meritevole di essere ampliato, invece che profondamente rivisto. Non solo, come si pensa di adattare un modello di formazione prettamente ospedale-universitario centrica a una figura (quella del MMG) la cui peculiarità è il lavoro nel territorio?
Una riforma della medicina del territorio, in qualunque direzione vada, non può prescindere dal confronto con la categoria MMG e da adeguati investimenti. Se la riforma consisterà solo nel trasformare il contratto di convenzione in dipendenza per costringere gli MMG a lavorare 38 ore nelle 1300 case di comunità saremo di fronte all’azzeramento della medicina del territorio.
Cordiali Saluti
Riccardo Tirloni
Medico