Gentile Direttore,
vorrei esprimere un ringraziamento per la pubblicazione del contributo della Presidente Dott.ssa Rosini, perché ha discusso, pur in modalità differente, un tema che da anni ormai periodicamente sono venuto quasi in solitaria a denunciare qui a Quotidiano Sanità, nella trattazione della dequalificazione che il d. lgs. 187/2000 ed il 101/2020 hanno operato sulla figura professionale del Radiographer Italiano, che si è visto scippare più di una facoltà, qui ora giustamente definita «competenza agita»: precisamente quelle della c.d. verifica di congruità tra prescrizione e quesito clinico, che praticamente è il controllo (forse anche piuttosto elementare, parlando di professionisti laureati) che non vi siano discrasie tra l’obiettivo dell’indagine e l’esame prescritto e la gestione più propriamente “tecnica” dell’esame, che va dalla scelta ed esecuzione di specifici parametri sulle tecnologie impiegate al vaglio della migliore documentazione iconografica ottenuta; tutte attività che oggigiorno, in epoca di teleradiologia il tecnico radiologo ha sviluppato – ancor più che in passato – praticamente perfezionando ulteriormente il proprio livello di autonomia, perché è lui che può e deve realizzare in concreto la documentazione diagnostica.
Oggi affermare che nella maggior parte delle strutture esercenti attività di diagnostica per immagini, sia pubbliche che private, i Tecnici radiologi lavorano senza medico specialista, in completa autonomia e che prendono decisioni di siffatte «competenze agite» (cui bisognerebbe integrare “storicamente agite”) per ognuno dei pazienti/utenti che a loro si affidano per la diagnosi e la prevenzione delle malattie è affermare il vero. Una verità che però, stando ai due citati dispositivi normativi, corrisponde alla commissione di un reato sanzionabile.
Pertanto in area radiologica è occorso di molto peggio relativamente al fatto – assai giustamente lamentato dalla Dott.ssa Rosini – che «molte di queste attività sono attribuite a branche specialistiche mediche, nonostante siano eseguite quotidianamente dagli infermieri».
Qui si è assistito prima al vero e proprio furto su base normativa di competenze e poi alla negazione – ricalcata per anni – che ciò fosse occorso e che contemporaneamente sussista una sorta di costante e sistemico “Rifiuto di atti d’ufficio” per i medici radiologi che non ottemperano agli obblighi relativi agli artt. 157 e 158 della normativa vigente in tema di radioprotezione, mentre di fatto – del tutto similmente agli infermieri – le medesime attività sono sempre state e sono tutt’ora eseguite quotidianamente in autonomia dai soli radiographers in tutte le radiologie d’Italia.
Una doppia catena, quindi, di reati non puniti: da una parte i TSRM in costante esercizio abusivo di professione (art. 348 c.p.) e dall’altra i medici radiologi in costante Rifiuto di atti d’ufficio – Omissione (art. 328 c.p.).
La domanda nasce spontanea: all’interno di codesta citata «indagine conoscitiva per il riordino delle professioni sanitarie» si è trovato lo spazio per la trattazione di codesta tematica che di fatto pone i radiographers d’Italia quale cameo di questa situazione problematica soltanto ora affrontata in modo più diretto da un singolo rappresentante istituzionale?
I temi circa i «minor riconoscimento sociale, la sua valorizzazione economica e gli episodi di violenza contro gli operatori» sono soltanto le nuove – forse non troppo – punte d’iceberg di annose situazioni più o meno complesse che però hanno visto un innegabile concorso di colpa per negligenza imprudenza ed imperizia delle stesse rappresentanze, sia professionali che sindacali, che hanno prima misconosciuto e poi negato l’esistenza di tali capitali problemi di un mondo sanitario Italiano ancora troppo infarcito (altro aspetto oggetto di negazione) di dominanza medico-forense.
Se la citata indagine «sottolinea l’importanza di riconoscere ufficialmente le attività svolte dagli infermieri, riconoscendo ufficialmente le competenze specialistiche degli infermieri», ove peraltro sembra si stia ricalcando quanto già inutilmente sperimentato con l’arcinoto comma 566 della Legge di Stabilità 2015, ove è anche stata smascherata (certamente in più di una occasione dal sottoscritto) una certa ambivalenza mostrata da quel governo che da una parte sembrava volesse – peraltro in una sede alquanto impropria – dare forza di legge all’obiettivo di ridefinire le competenze professionali dei sanitari già oggetto dei tavoli tecnici Governo Regioni del dicembre 2011 (anch’essa circostanza che sembra ripetersi con la altresì ora richiamata «indagine conoscitiva per il riordino delle professioni sanitarie»), ma dall’altra diede avvio alle dinamiche che portarono alla ugualmente arcinota Sentenza della Corte costituzionale n. 54 del 24 febbraio 2015 sulla attività professionale sanitaria intramuraria, una autentica “mazzata” per tutte le professioni sanitarie non mediche, cui ancora non si è riusciti – mille e più proroghe malgrado – a porre rimedio.
Ebbene, non dimenticando il percorso storico già calcato, bisogna allora comprendere che il luogo più idoneo per condurre tale progetto di far riemergere le tematiche inerenti gli aspetti organizzativi, le caratteristiche professionali di tutti i professionisti non medici, le condizioni di lavoro, la soddisfazione dei pazienti e riflettere accuratamente le competenze e le prestazioni effettivamente erogate, non è certamente la sola Commissione LEA, non è certamente la sola Giornata nazionale del personale sanitario, non è certamente la sola Direzione Generale delle Professioni Sanitarie del Ministero della Salute …
Perché? Semplicemente perché finora nulla ancora in tal senso è stato fatto in codesti ambiti.
Purtroppo nemmeno il citato teorema del Prof. Reggio risulta sufficiente. Non si può restare ad attendere «il riconoscimento dalle istituzioni preposte» perché questo non è accaduto e non accadrà per fantomatico automatismo.
Questo ambiente deve necessariamente vedere il concorso unanime e concorde delle organizzazioni sindacali e professionali di tutte le professioni non mediche, che tramite anche la sensibilizzazione dei loro iscritti, possano – come già a suo tempo ipotizzato – fare fronte comune affinché vengano estinte per sempre le “anacronistiche farse” che periodicamente ripropongono le medesime irrisolte tematiche … soltanto per continuare a renderle irrisolte.
Come già detto qui cinque anni fa, «I professionisti sanitari devono contrapporre un solido moto di consapevolezza che faccia superare i malpancismi e le varie aspre schermaglie in atto; un moto che li porti finalmente fuori da tale apparente anacronistico scenario da “autocrazia monarchica” seguita da un antidemocratico strascico di adulanti, autoreferenti “medici di corte” ed infine cesellato dal disinteresse misto a rassegnazione di un popolo ignorante che nemmeno conosce le proprie prerogative».
Dott. Calogero Spada
TSRM – Dottore Magistrale