Prescrizione infermieristica di radiografie o protocollo condiviso?

Prescrizione infermieristica di radiografie o protocollo condiviso?

Prescrizione infermieristica di radiografie o protocollo condiviso?

Gentile Direttore,
scelgo di non entrare nel merito giuridico e di legittimità della questione “prescrizione radiografie da parte degli infermieri” che abbiamo visto attivarsi qualche tempo fa in Provincia di Trento, per portare l’attenzione su un altro aspetto della vicenda.

Pertanto, non parlerò delle posizioni e delle intenzioni delle parti in causa ma mi soffermerò solo sul significato delle parole e sulle esigenze.

Partiamo dalle parole.

Se al posto della parola “prescrizione” e delle parole “prescrizione infermieristica” o “richiesta infermieristica” fossero state usate parole come “modello organizzativo” o “see & treat” o “fast track” o “protocollo condiviso” il dibattito successivo sarebbe stato diverso? O ancora: ci sarebbe stato un dibattito?

Sono quasi sicura di no. Posso sbagliarmi, naturalmente. Provo a spiegarmi con questo riferimento.

Weick parla di sensemaking (Weick K. E., Senso e significato nell’organizzazione. Alla ricerca delle ambiguità e delle contraddizioni nei processi organizzativi, 1995) riferendosi a un processo di coevoluzione continua tra il preriflessivo (senso) e il riflessivo (significato), collocandolo nelle organizzazioni. Un esempio riportato nel testo è quello della BCS (Battered Child Syndrome) o sindrome del bambino picchiato. Si tratta di una situazione clinica, che ha impiegato 15 anni per trovare il suo posto nella disciplina e nella pratica medica, ovvero perché se ne parlasse ai congressi, si contassero i casi, si promulgassero leggi a favore della segnalazione.

Ebbene, una delle questioni, è l’uso del linguaggio che ha effetto sul sensemaking. Si può usare anche un’altra espressione per parlare della sindrome ed è: maltrattamento intenzionale, che è il termine che è stato usato nel primo articolo che parlava di questo, nel 1946.

Ma fra le due scelte lessicali vi è una notevole differenza in termini di impatto emotivo. Il primo articolo, scritto da un radiologo pediatra, ipotizzava che gli incidenti potessero essere causati da genitori che non valutavano appieno la gravità delle lesioni o a “maltrattamento intenzionale”. Ulteriori articoli su questo tema furono del 1953, 1955 e 1957, ma si rilevò un certo disinteresse per la questione, che venne ricordata come un’“area cieca professionale”. Solo nel 1961 all’American Academy of Pediatrics si usò la locuzione “sindrome del bambino picchiato” evidenziando i dati di un’indagine che aveva portato a identificare oltre 700 casi.

Nel nostro caso le parole sono diverse, ma sono quasi certa che alcune hanno suscitato onde emotive e prese di posizione che altre non avrebbero di certo stimolato, perché considerate nella routine dei confini professionali. La parola “prescrizione” o “richiesta” evoca un confine ritenuto invalicabile, a quanto pare. Senza troppo preoccuparsi, di cosa significhi esattamente prescrivere o richiedere, in quali contesti, processi, situazioni e confini. Prescrivere, è semplicemente “scrivere prima”, ma è un termine difficile da concedere agli infermieri, anche se si specificano i confini entro cui accade. Anche “richiedere”, perché storicamente e culturalmente, essi ricevono richieste, non le fanno. Credo proprio che “protocollo condiviso”, “modello organizzativo” e simili, creano meno disturbo.

E fin qui parliamo di parole. Rimane poi la questione delle esigenze.

Cosa ha portato la Provincia Autonoma di Trento ad approvare una delibera per la sperimentazione di un progetto che estende agli infermieri un’attività secondo protocolli condivisi? Nella delibera viene spiegato e vengono portati dati sugli accessi in PS nei 7 ospedali trentini. L’esigenza principale è quella di ridurre il sovraffollamento dei PS, i tempi di attesa e gli episodi di insoddisfazione con altri possibili effetti (aggressioni, eventi avversi, abbandono del percorso). Le azioni riguardano i processi nelle fasi: input, throughput, output.

L’ampiamento delle funzioni in letteratura è chiamato task shifting e non è praticamente mai un’esigenza professionale ma una risposta a problemi di salute pubblica, in nome della quale si chiede di allargare lo sguardo oltre i confini e trovare soluzioni innovative che tutelino tutti.

E’ del 2008 il documento WHO “TaskShifting: global recommendations and guideline” (riferito in modo particolare alla gestione dell’HIV, ma applicabile anche altrove), che invita a trovare soluzioni pragmatiche, accessibili e flessibili che tengano conto delle lacune esistenti nell’erogazione dei servizi e dei cosiddetti “colli di bottiglia” organizzativi, ridisegnando processi nei quali compiti specifici vengano trasferiti a professionisti sanitari con formazione più breve.

Le esigenze sono quindi l’ancoraggio delle scelte politiche e organizzative e non due cose separate.

Annalisa Pennini
PhD in Scienze Infermieristiche – Sociologa

10 Novembre 2025

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