Prescrizione infermieristica: il conflitto sui confini nasconde il vuoto normativo

Prescrizione infermieristica: il conflitto sui confini nasconde il vuoto normativo

Prescrizione infermieristica: il conflitto sui confini nasconde il vuoto normativo

Gentile Direttore, il recente dibattito sulle competenze prescrittive infermieristiche ripropone uno schema noto: la diagnosi clinica generale resta atto medico, ma l’evoluzione organizzativa del sistema sanitario spinge verso una ridefinizione esplicita delle funzioni operative e dei livelli di autonomia professionale...

Gentile Direttore,
il recente dibattito sulle competenze prescrittive infermieristiche ripropone uno schema noto: la diagnosi clinica generale resta atto medico, ma l’evoluzione organizzativa del sistema sanitario spinge verso una ridefinizione esplicita delle funzioni operative e dei livelli di autonomia professionale.

Il punto è che il conflitto si consuma su un piano parziale. In Italia discutiamo di confini. In Europa si definiscono livelli di pratica.

Nel contesto europeo il termine practitioner non identifica una professione né tantomeno un sinonimo di medico. È una categoria funzionale e multiprofessionale: indica il professionista sanitario che esercita pratica clinica con autonomia definita entro uno scope of practice normativamente delimitato. Accanto al practitioner operano livelli più avanzati – advanced practitioner, consultant practitioner – che non sostituiscono il medico, ma strutturano in modo trasparente gradi diversi di responsabilità clinica.

In questi sistemi la diagnosi medica generale resta distinta. Ma la gestione clinica di percorsi definiti, la presa in carico, la prescrizione entro protocolli o la richiesta di esami non vengono affrontate come intrusioni simboliche, bensì come funzioni attribuite in base a competenze certificate e livelli di autonomia formalizzati.

In Italia, invece, questa stratificazione normativa non esiste. Di fatto, molte attività sono già condivise e integrate nella pratica quotidiana. Ma giuridicamente restano incardinate in un modello che non distingue tra titolarità della diagnosi e gestione clinico-assistenziale avanzata. Il risultato è una zona grigia permanente: autonomia di fatto, rigidità di diritto. Ogni innovazione formativa o organizzativa viene letta come erosione di competenze, perché manca un’architettura legislativa che definisca chiaramente livelli, responsabilità e limiti.

Ribadire che la diagnosi resta atto medico è corretto. Ma non è sufficiente a governare un sistema sanitario che già opera in modalità multiprofessionale. Se non si interviene sul piano ordinamentale, continueremo a produrre conflitti lessicali – prescrivere o richiedere – invece di affrontare la questione sostanziale: chi è responsabile di cosa, con quale livello di autonomia, con quali requisiti formativi e con quale tracciabilità.

La vera riforma non è sostituire un verbo in un decreto. È introdurre una disciplina esplicita dei livelli di pratica clinica multiprofessionale, coerente con la formazione avanzata e con le esigenze organizzative del Servizio sanitario nazionale. Una legge quadro che distingua chiaramente tra diagnosi medica generale e livelli graduati di autonomia clinica delle altre professioni sanitarie non ridurrebbe il ruolo del medico. Lo renderebbe più chiaro, più tutelato e più integrato in un sistema maturo.

Questo passaggio dovrebbe trovare sede naturale in un intervento legislativo nazionale esplicito e, in parallelo, nella contrattazione collettiva e negli ordinamenti professionali, così da tradurre i livelli di autonomia in responsabilità, formazione e modelli organizzativi coerenti.

Continuare a difendere confini senza ridefinire l’architettura rischia di bloccare l’evoluzione necessaria. Il tema non è sottrarre competenze, ma governare responsabilmente la pratica clinica del futuro. E questo, oggi, richiede un intervento normativo esplicito.

Mattia La Rovere Petrongolo
Tecnico di Radiologia Medica – Analisi e politiche del SSN

24 Febbraio 2026

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