Gentile Direttore,
con il DDL Professioni in fase negoziale, la comunità degli psicologi ha posto da più parti il tema delle specializzazioni. Vi è un coro quasi unanime che propone l’apertura di nuove scuole di specializzazione pubbliche, organizzate per settore.
L’esigenza di riorganizzare la struttura identitaria della professione nei settori di esercizio, superando la logica della divisione per approcci teorici, che ha sempre scontato anche una certa fragilità epistemologica, è condivisibile: il mondo là fuori è organizzato per settori di specialità.
Lo psicologo che fino al giorno prima si è dichiarato gestaltista, cognitivista o psicodinamico, il giorno del suo ingresso nella società deve vestire i panni del settore in cui opera, diventando neuropsicologo, psicologo dell’età evolutiva, psicologo familiare, delle dipendenze, della disabilità, delle cure palliative, della salute, della salute mentale e molto altro.
Sarebbe quindi effettivamente utile che la formazione specialistica corrispondesse alla conformazione del mondo in cui si andrà ad operare.
E in realtà lo si potrebbe già fare ora, con un riordino dei programmi delle scuole di psicoterapia private che preveda l’inclusione reale e non di facciata di moduli formativi organizzati per settore e il superamento della polarizzazione per approcci teorici e della focalizzazione sulla psicoterapia.
Si sfrutterebbe la ricchezza scientifica e culturale di un sistema che già abbiamo, riconvertendolo verso una maggiore adeguatezza al mercato.
Quello che però non mi è chiaro delle proposte di revisione delle specializzazioni, è come ci si immagina il mondo del Sistema Sanitario Nazionale dopo la ramificazione in specializzazioni settoriali.
Oggi lo psicologo entra nel Servizio Sanitario Nazionale con il ruolo unico delle discipline di psicoterapia o di psicologia (in teoria distinte, nei fatti equivalenti). I concorsi sono unici per tutti i settori e gli psicologi assunti possono essere destinati a qualunque servizio in quanto la specializzazione non vincola, come i medici, all’assunzione solo in determinate unità operative.
Il Consiglio Nazionale dell’Ordine Psicologi propone la “definizione di ulteriori percorsi di specializzazione post-lauream universitaria in Psicologia per l’Assistenza Primaria, Psicologia dello sviluppo nei contesti di vita, Psicologia Sociale e Welfare e Psicologia dell’Emergenza-Urgenza garantendo in ogni caso la possibilità di accesso agli impieghi nel Servizio sanitario nazionale”.
Una posizione meramente additiva, che non spiega come si vorrebbero articolare le specializzazioni aggiunte nel sistema sanitario e di cui è difficile comprendere la visione sottostante, ammesso che ci sia (e ne dubito).
Il sindacato AUPI, nelle parole di Arturo Rippa su Quotidiano Sanità, vorrebbe invece distinguere concorsi ed assunzioni per specializzazione settoriale, così che solo lo psicologo specialista in disabilità o dipendenze possa concorrere per i servizi disabilità o i SerD, e che la carriera sia poi sostanzialmente incanalata nel corridoio settoriale in cui ci si è specializzati. Esattamente come i medici.
Di analogo orientamento mi pare l’intervento di Mario Sellini della società scientifica FormAUPI, sempre su Quotidiano Sanità.
C’è, mi pare, un disegno, una visione specifica della professione soprattutto nelle parole di Sellini e Rippa: si immagina una progressiva settorializzazione spinta, ed una tecnicalizzazione sul modello medico, con l’allontanamento da un paradigma umanistico che è una delle anime più tipiche e arricchenti della nostra professione.
Questa idea di professione a mio avviso sconta più di un problema.
Intanto rischia di farci perdere definitivamente l’idea che l’uomo sia un corpo unico con una propria identità, esistenza, spiritualità, libertà, autonomia, continuità e integrità. Rischiamo di diventare elettricisti, meccanici e gommisti dell’anima, chi impegnato a revisionare l’area di Broca e chi a estinguere condizionamenti da sostanze, chi ad abilitare al calcolo e alla lettura e chi ad aiutare il boia a mantenere in vita i condannati in carcere, senza più una visione unitaria dell’essere umano.
Una prospettiva che, si converrà, appare in controtendenza a tutti quei grandi discorsi sull’umanizzazione delle cure e sulla comunicazione e condivisione delle scelte di cui ci si riempie la bocca oggi in sanità, salvo poi non sapere come fare perché l’ortopedico è stato formato per aggiustare tibie e il cardiologo cuori, e non si possono occupare anche di tutto ciò che ci sta attorno.
Lo psicologo sarebbe la figura che, per formazione e storia, più di altre potrebbe aiutare la sanità pubblica a tenere insieme l’Uomo che c’è in ogni tibia, cuore, fegato o intestino. Chissà perché vogliamo invece imitare i medici, i quali peraltro è anche bene che sviluppino un’estrema specializzazione tecnica, dato l’alto livello di tecnicalità di certe chirurgie e medicine.
Ma c’è un altro tema, più pragmatico: oggi lo psicologo che opera nella sanità pubblica ha la possibilità di cambiare più volte settore e campo di interesse, di apprendere e arricchirsi. Una possibilità che in ogni settore del privato è apprezzata perché consente di arricchire il curriculum dei professionisti e dei manager, formando risorse umane flessibili ed eclettiche. Nella sanità pubblica noi psicologi ancora l’abbiamo, e vogliamo privarcene.
Per gli psicologi che lavorano nel SSN, il ruolo unico consente oggi di cambiare settore, che a volte è anche l’unica possibilità per cambiare sede di lavoro, per ambire ad un percorso di carriera, per trovare stimoli nuovi, per arricchirsi ed arricchire di conseguenza il SSN.
Perché privarsi di questa possibilità, frazionando il ruolo unico in tanti piccoli ruoli settoriali impermeabili fra loro, riducendo così l’orizzonte delle possibilità dei dirigenti psicologi? Non vedo vantaggi né per gli psicologi, né per la sanità pubblica.
A queste domande non ho ancora trovato risposta.
Federico Zanon
Psicologo
Socio fondatore di AltraPsicologia
Coordinatore Ufficio Deontologico Ordine Psicologi Veneto