Gentile Direttore,
è ormai da molto tempo che osservando le vicende italiane, europee e mondiali, appare inevitabile farsi una ragione che quello che sta accadendo non è e non sarà un fenomeno transitorio (anche se per la ben nota teoria dei corsi e ricorsi storici prima o poi passerà!). Mi riferisco agli equilibri politici, sociali ed economici, da sempre in bilico, ma che negli ultimi anni sono disastrosamente fuori controllo.
Come da molti osservatori affermato, siamo entrati in un fase completamente diversa del convivere tra noi umani tutti. Non sono un esperto di geopolitica, né di economia ma provo a fare una sorta di lettura, dalla mia monade di medico psichiatra, su quanto sta accadendo.
Come in tutti i sistemi, quando si stabilizza (e/o cronicizza) un certo status quo, a nessuno viene voglia di pensare ad una manutenzione della situazione. Si ritiene che se una cosa funziona, bisogna mantenerla tale e quale senza modifiche. Ma, se ciò dura troppo a lungo, allora per forza di cose, l’oggetto si va deteriorando, iniziano a intravedersi le crepe e pian piano crolla anche l’edificio più solido.
Questo avviene nei rapporti tra persone, nelle istituzioni, nelle organizzazioni complesse. Ovunque.
Ed è in fasi critiche come queste, che in genere, i nostri sistemi di riferimento intellettuali e predittivi, tendono alla stagnazione e quando tutto sembra fermo o quasi, arrivano gli tsunami. Pensiamo a coloro che nel mondo detengono il potere, politico, economico e anche culturale: un vero disastro, di media.
Le nostre menti volte alla minima energia, devono fare i conti con altissimi livelli di entropia. Il caos irrompe e muta lo scenario. La mente umana non riesce a stare dietro alla velocità impressa da cambiamenti che spesso sono solo riedizioni peggiorate di semplicistiche “soluzioni” a problemi complessi, per i quali si cercano soluzioni di facile attuazione.
Nella metafora del cannocchiale, possiamo osservare il tutto da molto lontano e ci sembrano fenomeni quasi impercettibili, oppure capovolgere il verso delle lenti e sgranare gli occhi, restando sbalorditi per la violenza dei fatti quotidiani.
Volendo pensare e tornare al nostro livello nazionale e sanitario in particolare, direi che sembra invece le trasformazioni stiano avvenendo in modo assai soft, con alcuni strappi, come seguendo la logica della metafora delle rane messe a bollire dapprima nell’acqua fredda e che poi, quando la temperatura sale fino ai 100 gradi, si ritrovano già belle che cotte, senza nessuna possibile reazione.
Ma entriamo nello specifico.
Finanziamento per la spesa sanitaria nazionale che nei fatti in realtà scende e invece ci dicono che sale.
Risorse umane del personale sanitario medico ma non solo, che continuano a scarseggiare quasi ovunque.
Da diversi anni ormai è evidente lo scivolamento lento e graduale verso un’economia privatistica o convenzionata che svuota lentamente di senso e di contenuto la funzione del servizio sanitario nazionale. Per non parlare delle vergognose diseguaglianze tra nord e sud, tra regioni e regioni.
Ne risentono in primis i servizi più critici come i pronto soccorso, le rianimazioni e la psichiatria.
La psichiatria, questa Cenerentola della medicina, che continua ad essere bistrattata da un lato e falsamente valorizzata, specie in senso giuridico forense e medico legale, dall’altro. Perizie in tribunale ormai chieste quasi per default, nella speranza, in buona o cattiva fede, di ottenere “sconti” per i reati commessi.
E come se non bastasse, è di poche ore fa l’ipotesi di portare al 2,5 % le spese del PIL nazionale per il riarmo e per l’acquisto di materiale bellico: una follia.
Invece di ospedali e di medicina realmente presente sul territorio, pensiamo a costruire carri armati, bombe, missili e armi varie, con quale finalità? Quella di ucciderci, di ferirci invece che pensare a curarci, a guarirci e a salvarci dai pericoli di un’esistenza già di per sé assai così complessa.
Siamo arrivati al punto che parole come fascismo, nazismo, terza guerra mondiale, vengono declamate quotidianamente senza che quasi ormai più a nessuno facciano l’effetto che invece dovrebbero: terrorizzare.
Non è un problema di destra o di sinistra. Questo è un falso problema. Il problema è l’uomo, con la sua pochezza, con i suoi limiti, col suo bisogno di dominio, di conquista, di potere, di forza, di supremazia.
E gli psichiatri in tutto questo che cosa fanno, che cosa dicono, come reagiscono, che potere hanno, se eventualmente ne hanno uno, seppur piccolo. È immaginabile una qualche reazione? È auspicabile un risveglio delle coscienze? Che fare?
Bisognerebbe provare a rivendicare la nostra funzione medica in primis ma anche quella sociale, per poter dare un segnale e far comprendere, intanto a noi stessi e poi a tutti gli altri, che quello che ci occorre non è una guerra, non è una sanità privata svolta in splendenti e costosissime cliniche private. Quello che ci occorre è la mano e lo sguardo e l’intelletto di un altro essere umano, a tal fine formato, che per funzione e per scelta si prenda cura di noi cercando di alleviare le nostre sofferenze, provando a salvarci da sempre più complesse patologie e quando possibile, evitare di morire. Serve la clinica! Serve riportare in primo piano il rapporto -paziente. Occorre il coraggio di riproporre un noi, da contrapporre all’individuo isolato e scisso dal resto delle relazioni col mondo.
Non mi interessa fare da Cassandra in un mondo di sordi e di ciechi: quello che mi interessa e che dovrebbe credo interessare a tutti, è un risveglio delle coscienze, è una riabilitazione, una riattivazione delle nostre menti, delle nostre emozioni, dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Solo così forse potremmo provare ad invertire una rotta o almeno a virare di lato, evitando quell’iceberg su cui stiamo puntando diritti a prua.
Alberto Sbardella
Psichiatra