Gentile Direttore,
è molto interessante la lettura del “Educating medical and nursing students to provide mental health, neurological and substance use care” di cui ci ha dato puntuale notizia Quotidiano Sanità. Si tratta una linea guida sviluppata dall’Oms, centrata sugli aspetti formativi per sviluppare le competenze degli studenti di medicina e infermieristica nella promozione della salute mentale e cerebrale, nell’evitare i danni derivanti dall’uso di sostanze e nell’identificare e gestire le condizioni patologiche che si trovano comunemente in contesti sanitari generali.
Nella lettura emergono tre aspetti che mi hanno decisamente colpito.
Il primo è che, nell’elenco di oltre 100 elenco di autori o collaboratori di ogni parte del mondo che hanno sviluppato la guida, compare una unica italiana, la Dr. Servili che lavora presso l’Oms occupandosi di psicopatologia infantile ed adolescenziale e non compare alcun riferimento alla esperienza o alla realtà italiana. E questo dovrebbe fare riflettere una psichiatria che ha sempre rivendicato, con l’esperienza di Basaglia e della L. 180/78, un ruolo di primo piano, non solo nazionale, nei modelli teorici e nello sviluppo innovativo dei servizi, un riferimento che evidentemente, al di fuori dell’Italia, non è più recepito come tale.
Il secondo punto riguarda alcune fragilità della organizzazione della formazione in Italia rispetto a quanto proposto dall’Oms. In particolare, nonostante In Italia la formazione in psichiatria per gli studenti di medicina e infermieristica sia ben strutturata, viene da domandarsi quali siano le competenze pratiche in psichiatria che l’università fornisce a medici e infermieri, e quale sia la formazione che a loro vien data in materia di diritti umani e di concetti quali la recovery, aspetti questi ampiamente sottolineati nel documento come basi formative. Analogamente, nel confronto con quanto proposto dal documento, viene da domandarsi quanto sia sottolineata la formazione in questo ambito nell’ambito delle scuole dei medici di medicina generale e quale il supporto dato successivamente dai servizi per il loro lavoro quotidiano con i loro assistiti. Sono aspetti importanti, considerata soprattutto l’enfasi che il documento evidenzia circa il ruolo dei medici e degli infermieri non specialisti nella identificazione e la gestione precoce di questi disturbi.
Il terzo punto è che è, analizzando le 12 competenze che andrebbero sviluppate nei neo-medici e neo-infermieri, emergono con chiarezza alcune basi concettuali che storicamente hanno caratterizzato l’esperienza italiana, ma da cui ci si sta progressivamente allontanando.
Fra di essi si potrebbe segnalare:
– una cura centrata sui diritti del paziente, che privilegia l’empowerment, la non coercizione e la lotta allo stigma, e che apre domande per una psichiatria attuale dove non si hanno dati chiari sulla contenzione, comunque ampiamente utilizzata, si stanno riaprendo i manicomi e i pazienti raramente sono al centro delle scelte sul loro destino;
– un lavoro proattivo, teso alla prevenzione e dove è centrale il rapporto con la comunità, ben diverso dalla realtà di una psichiatria trincerata sulla attesa e sulla emergenza, con mega DSM sempre più distanti dalla specifica realtà locale;
– una capacità di leggere l’emergenza senza dover ricorrere all’Ospedale, in contrasto con il crescere dei riferimento, fatto spesso su indicazione degli stessi servizi psichiatrici, al Pronto Soccorso per ogni acuzie psichiatrica, dando una visione ospedalocentrica a quella che era in origine una logica territoriale;
– la capacità di maneggiare strumenti di intervento psicologico e psicosociali, senza l’automatismo farmacologico di una psichiatria sempre più orientata invece ad un modello biologico;
– l’attenzione costante a modelli di comprovata evidenza, in contrasto con una psichiatria spesso ancorata a pratiche autoreferenziali e senza dimostrazioni di efficacia;
– la capacità di supportare le famiglie, una condizione che viene sempre più segnalata come carente e che nei dati del Sistema Informativo Salute Mentale non raggiunge il 5% di tutte le prestazioni;
– la capacità di offrire servizi di facile accesso, in contrasto con una situazione dove sempre il SISM ci dice che solo 4 pazienti su 10 riesce ad avere un appuntamento al Centro di Salute Mentale entro 30 giorni dalla dimissione da un Servizio Psichiatrico ospedaliero, ed in cui non ci sono dati chiari circa i tempi di attesa delle prime visite.
Il tutto è poi collocato in una logica fortemente multidisciplinare e comunque orientata a privilegiare la comunità ed il territorio, rispetto all’ospedale ed alle situazioni di lungo assistenza residenziale, che spesso rappresenta al più un bel ricordo di un modo di lavorare diventato ormai sempre più difficile.
Certo, c’è sempre da domandarsi come poi guide e documenti siano realizzati nei vari paesi. Ma indubbiamente colpisce il contrasto fra quanto viene proposto dall’Oms come efficace e quella che ormai è la realtà della salute mentale in Italia. E forse allora la carenza di autori e riferimenti italiani nel documento non è poi così casuale.
Andrea Angelozzi
Psichiatra