Gentile Direttore,
la riflessione sulla distinzione tra atto medico e atto sanitario è importante, ma rischia di diventare parziale se non viene collocata nel contesto nel quale oggi operano i sistemi sanitari: la crescente carenza di professionisti sanitari, a livello nazionale e internazionale, la complessità crescente della domanda di salute e la necessità di garantire la sostenibilità economica dei sistemi sanitari.
È proprio in questo scenario che si sono sviluppati i modelli di skill mix, task sharing e task shifting. Non si tratta di una progressiva e arbitraria invasione delle competenze altrui, né di una semplice redistribuzione di attività per colmare le carenze di personale. Il presupposto dovrebbe essere esattamente l’opposto: la condivisione o il trasferimento di competenze deve avvenire solo quando sostenuto da una formazione universitaria certificata, da competenze formalmente riconosciute, da adeguati sistemi di verifica e da un aggiornamento periodico delle conoscenze e delle abilità.
In questa prospettiva, l’evoluzione dei ruoli professionali non rappresenta una minaccia per il paziente, ma uno degli strumenti attraverso i quali i sistemi sanitari possono rispondere alla complessità crescente della domanda di salute. Se adeguatamente regolamentato, lo skill mix consente infatti di utilizzare ciascun professionista per le attività coerenti con il proprio livello di formazione e competenza, evitando che attività appropriate per altre professioni debbano necessariamente essere concentrate su un’unica figura professionale. Si tratta di rendere i confini tra le competenze professionali, più elastici attraverso la formazione e più intelligenti, per rispondere prontamente ai cambiamenti della necessità di salute.
Esiste inoltre una questione che non può essere elusa: la sostenibilità economica del sistema sanitario. Un sistema nel quale ogni attività, anche quella a minore complessità, debba necessariamente essere mantenuta all’interno del perimetro storico di una singola professione rischia di diventare progressivamente più costoso e meno efficiente. La condivisione delle competenze, quando adeguatamente formata e regolamentata, permette invece di distribuire il lavoro secondo il principio della competenza appropriata al compito, liberando le professionalità con competenze più avanzate per le attività che realmente richiedono il loro livello di expertise.
La questione fondamentale, quindi, non è stabilire se una competenza sia stata storicamente esercitata da una determinata professione, ma chi possieda oggi la formazione, le competenze e la responsabilità necessarie per esercitarla in sicurezza.
È inoltre necessario evitare una sovrapposizione concettuale tra task sharing e task shifting e una presunta progressiva estensione dell’atto medico. Questi modelli sono infatti applicati molto frequentemente all’interno delle stesse professioni sanitarie, attraverso la redistribuzione di attività tra professionisti diversi in funzione delle competenze effettivamente possedute. Il loro obiettivo non è trasformare ogni professionista sanitario in un medico, ma rendere più razionale l’impiego delle competenze disponibili.
Se si considera l’atto medico nella sua dimensione essenziale, esso comprende le funzioni proprie della Medicina: diagnosi medica, indicazione della terapia, nelle sue diverse forme farmacologica, chirurgica, riabilitativa e nelle altre modalità terapeutiche di pertinenza medica. Ma il sistema salute non si esaurisce nell’atto medico. Esiste un’ampia area di atti sanitari autonomi, che comprende assistenza, prevenzione, riabilitazione, educazione sanitaria, supporto alla diagnosi, gestione e monitoraggio dei percorsi, attività di screening e numerose altre funzioni proprie delle professioni sanitarie. Sono attività che non rappresentano una semplice esecuzione delegata dell’atto medico (come sappiamo il concetto di delega è definitivamente superato), ma espressione di competenze professionali autonome, avanzate ed evolute, acquisite attraverso specifici percorsi formativi.
La vera sfida, dunque, non è difendere confini professionali immutabili, ma definire con precisione competenze, formazione, responsabilità e appropriatezza degli interventi. L’evoluzione tecnologica, organizzativa e demografica della sanità rende inevitabile un’evoluzione dello skill mix; ciò che deve essere evitato non è l’evoluzione in sé, ma un’evoluzione priva di formazione, regolazione e verifica.
In questo processo occorre anche evitare ogni forma di arroccamento professionale. Difendere a ogni costo competenze e attività esclusivamente perché storicamente appartenute a una determinata professione può diventare controproducente quando il sistema sanitario richiede una profonda trasformazione organizzativa e tecnologica. La tutela professionale non dovrebbe coincidere con la conservazione di ogni attività, ma con la valorizzazione delle competenze a maggiore complessità e responsabilità.
Questa considerazione diventa ancora più rilevante nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Molte attività ripetitive, standardizzabili e a più bassa complessità potranno essere progressivamente automatizzate o supportate da sistemi intelligenti. Questo non significa sostituire i professionisti, ma liberarli dalle attività a minor valore aggiunto per concentrare il lavoro umano sulle funzioni che richiedono giudizio professionale, capacità relazionale, gestione della complessità, responsabilità e decisione.
Resistere a questa trasformazione per conservare integralmente attività destinate a diventare automatizzabili rischierebbe quindi di confondere la tutela della professione con la tutela delle singole attività. Il futuro delle professioni sanitarie non si difende conservando ogni compito del passato, ma elevando continuamente il livello delle competenze professionali.
È significativo, inoltre, che task sharing e task shifting siano spesso utilizzati per redistribuire competenze tra professionisti delle professioni sanitarie, proprio per liberare tempo e risorse da destinare alle attività a maggiore complessità, non ultima l’attività di ricerca. Il problema, pertanto, non dovrebbe essere rappresentato come una progressiva espansione delle professioni sanitarie verso l’atto medico. In molti contesti, semmai, il dibattito riguarda la necessità di riconoscere alle professioni sanitarie competenze che appartengono già al loro ambito professionale e che possono essere esercitate con maggiore appropriatezza da professionisti specificamente formati.
Questo non significa negare la centralità e l’importanza del medico, ma ricondurre ciascun professionista al proprio livello di responsabilità e competenza, favorendo una reale integrazione interprofessionale.
La sicurezza del paziente non deriva infatti dal mantenimento di una rigida concentrazione delle competenze, ma dalla presenza di professionisti adeguatamente formati, competenti, aggiornati e responsabilizzati, inseriti in team ed in percorsi organizzativi chiari e integrati.
La sanità del futuro non avrà bisogno di professionisti intercambiabili, ma di professionisti diversi, altamente competenti, capaci di condividere responsabilità e competenze secondo regole chiare, utilizzando anche l’innovazione tecnologica e l’intelligenza artificiale per impiegare al meglio le risorse disponibili.
In questo senso, lo skill mix non rappresenta la negazione delle identità professionali: rappresenta uno degli strumenti attraverso cui quelle competenze possono essere messe realmente al servizio del paziente, dell’efficienza e della sostenibilità economica del sistema sanitario.
Liberi Pensatori
Danilo Pasini, Saverio Proia, Renzo Ricci, Federico Pompei, Roberto Di Bella, Barbara Pelos, Floriana Simeone, Lorenzo Giovannelli