L’appello dei radiologi al Governo. “Se non ci sono denari, ci sia almeno il pensiero, riformista”

L’appello dei radiologi al Governo. “Se non ci sono denari, ci sia almeno il pensiero, riformista”

L’appello dei radiologi al Governo. “Se non ci sono denari, ci sia almeno il pensiero, riformista”
“Servono scelte concrete, a partire dal contratto, per fermare il declino del Servizio sanitario nazionale. Risorse da calare sui lavoratori, aggiornamento delle piante organiche, lotta alle inappropriatezze e apertura all’innovazione come telemedicina tra le priorità indicate dal sindacato“ ha detto Argalia, segretario nazionale Snr

“Il Ministro Schillaci, che ho incontrato ad inizio settimana presso la Casa dell’area Radiologica a Roma, ha confermato uno stanziamento ulteriore di 2 miliardi per il Fondo Sanitario nazionale. È certamente una buona notizia, tra le misure annunciate della prossima manovra economica. Così come, torno a ripetere, è stata una buona notizia l’approvazione del Ddl delega sulle professioni sanitarie lo scorso 4 settembre. Sono sicuramente segni di attenzione verso il disagio della nostra categoria. Tuttavia, per fermare il declino del nostro Ssn, le enunciazioni non bastano. Occorre mettere a terra una riforma del sistema che non si inceppi durante la discussione della Legge di Bilancio per i soliti bracci di ferro tra i ministri”.

Così Giulio Argalia, Segretario Nazionale dell’Area Radiologica Snr, accennando alle trattative per il prossimo contratto, ma soprattutto all’esigenza di un processo di riforma ineludibile per “salvare il molto di buono che ancora c’è nel nostro Ssn”, per il quale il Sindacato si dichiara disponibile a contribuire, con pragmatico buon senso evitando irrigidimenti corporativi”.

“Se sul serio si vuole invertire la rotta, se sul serio si vogliono operare delle scelte, il primo banco di prova è il contratto, per il quale le regioni hanno finalmente approvato l’atto di indirizzo. Se si vuole davvero affrontare in modo strutturale la crisi del personale sanitario, sempre più evidente nelle corsie ospedaliere e nei servizi territoriali, quelle risorse annunciate dal Ministro della Salute devono essere calate sui lavoratori attraverso il Contratto Nazionale e i contratti integrativi. Nel contempo occorre però affrontare con un processo di riforma strategica problemi annosi: il contratto di lavoro in vigore non è applicato perché non è applicabile. Le piante organiche sono di dieci anni fa e non sono mai state aggiornate. In molte aziende poi il contratto non è stato applicato perché ci sono direzioni generali deboli che chiedono pareri alla politica. Le amministrazioni ormai hanno solo l’obiettivo di dimostrare che stanno lavorando per la riduzione delle liste di attesa, cercano di utilizzare tutto, compresa l’arma di distrazione di massa dell’AI, che se usata come hanno in testa di utilizzare, non abbatterà le liste di attesa, questo lo sappiamo e lo sanno anche loro. Già lo scorso anno l’annunciato piano di assunzioni (30.000 in tre anni) è stato rinviato per mancanza di risorse. Ma se non ci sono denari, ci sia almeno il pensiero, riformista.

Noi qualche idea l’abbiamo, per contribuire al cambiamento. Sappiamo che il 30% degli esami che facciamo è inutile. La domanda in sanità tende all’infinito: se continuiamo con ricette non appropriate, l’aumento dei tempi di attesa diventa inevitabile. Va definita meglio la presa in carico, evitando di far correre il paziente da una parte all’altra per trovare posto. La sanità deve essere integrata: è sbagliato fare una battaglia contro le assicurazioni perché gestiscono una parte della domanda, così come il privato convenzionato. Il sistema sanitario è universalistico solo sulla carta se poi un italiano su tre non riesce ad accedere alle cure. Ma le inappropriatezze vanno denunciate. Ancora, è insita nella storia della radiologia, nella nostra storia, la capacità di innovazione. Siamo stati i primi ad usare la tecnologia per esercitare la nostra professione, viviamo da sempre in prima linea. Ma non possiamo essere noi a fare barricate. Se chiudiamo alla telemedicina escluderemo intere parti di territorio nazionale (pensiamo alle comunità sugli Appennini) da un approccio contemporaneo alla diagnosi. Una diagnosi perfettibile, ma pur sempre una risposta al paziente in zona disagiata. Non dobbiamo essere talebani nelle normative. Ad esempio, occorre rivedere la normativa dell’extramoenia e delle incompatibilità. Problemi che non possono essere risolti con un rinnovo contrattuale, essendo normati dalla legge che ha trasformato gli Ospedali in Aziende, senza prevedere gli strumenti operativi affinché potessero operare come Aziende (autonomia amministrativa, flessibilità, premialità del personale, procedure concorsuali ecc.). Occorre essere agili per offrire possibilità a chi lavora nel pubblico di incrementare il proprio risultato economico, senza abbandonare un sistema che rappresenta ancora oggi una eccellenza europea e mondiale”.

11 Settembre 2025

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