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QS Edizioni - mercoledì 20 novembre 2019

Lavoro e Professioni

Il personale della sanità e il nuovo Governo

immagine 15 settembre - Ecco cosa vorrei (e mi piacerebbe) che il Conte/2, con la nuova squadra della Sanità, portasse avanti per gli operatori della salute. Prima di tutto ripartendo da loro costante coinvolgimento nelle scelte. A partire dal nuovo Patto per la Salute
Ora che questa nuova ed originale maggioranza di governo che ha l’ambizione di durare a lungo è nella pienezza dei sui poteri spero e mi auguro che venga posto al centro della sua attività legislativa ed amministrativa la questione del personale del SSN con il pieno riconoscimento di quanto lo Stato e le Regioni sono debitori nel loro confronti.
 
Uno dei maggiori mentori di questo nuovo Esecutivo aveva esortato i giovani a sognare come questa nuova esperienza politica avrebbe potuto cambiare il Paese, io, che non sono più giovane ma riesco ancora a sognare, ad occhi aperti, provo ad immaginare cosa il Governo Conte/2 con il Ministro Speranza, il Viceministro Sileri e la Sottosegretaria Zampa potrebbero proporre per il personale del SSN..
 
In un precedente articolo avevo proposto per i nuovi eroi che sono i professionisti sanitari e sociosanitari “produttori di salute” il riconoscimento da parte dell’UNESCO di patrimonio immateriale dell’umanità…da questo Governo, però,  più che medaglie mi aspetterei fatti concreti.
 
Per questi motivi riterrei opportuno e dovuto che con una norma, di ampio respiro,  ma soprattutto nelle azioni concrete, la Repubblica, intesa come Parlamento, Governo e Regioni, consideri la risorsa umana e professionale centrale e strategica per l’attuazione dei principi dell’articolo 32 della Costituzione e della conseguente legge 833/78 di realizzazione ed, a tal fine,  ne promuova la valorizzazione e la partecipazione alle scelte di programmazione sanitaria e sociosanitaria a livello nazionale e regionale.
 
“Primum vivere” e pertanto preliminarmente andrebbe  garantita la sicurezza fisica e psichica di chi opera in sanità a tal fine, oltre al varo delle proposte di legge all’esame, da approvare anche con la decretazione d’urgenza, in considerazione del fatto incontrovertibile  che ogni esercente una professione sanitaria o sociosanitaria, nel suo agire professionale attua un diritto costituzionalmente garantito, sarebbe quanto mai opportuna una campagna mediatica e formativa per ricostruire nell’immaginario collettivo il giusto e dovuto rispetto del ruolo di chi opera per la tutela della salute e, a tal fine, riterrei corretto, proprio per la specifica funzione esercitata per la tutela della salute individuale e collettiva, che vada loro attribuita la qualifica di pubblico ufficiale, indipendentemente dal rapporto di lavoro autonomo o dipendente e  le pene per chi offenda o aggredisca questa specifica  tipologia di pubblico ufficiale siano raddoppiate rispetto a quanto già  previsto dal Codice penale.
 
La sicurezza non è un concetto di destra o di sinistra è un bene positivo per ogni vivente.
 
La partecipazione e la condivisione alle scelte di programmazione
In attuazione di quanto sopra ho esposto sui compiti della Repubblica  nei confronti del personale del SSN, sarebbe quanto mai necessario che con le rappresentanze ordinistiche e sindacali delle professioni sanitarie e sociosanitarie vada periodicamente previsto un confronto preliminare all’emanazione del Patto per la Salute tra Stato e Regioni e dei conseguenti atti programmatori; ogni Regione e Provincia autonoma dovrebbe svolgere analogo confronto propedeutico all’approvazione del Piano sanitario o sociosanitario regionale.
 
Le rappresentanze professionali e sindacali, quali soggetti che contribuiscono all’elaborazione del Patto per la Salute, dovrebbero essere abilitate a richiedere annualmente il monitoraggio e la verifica della programmazione sanitaria e sociosanitaria di cui sopra e a proporre correzioni in corso d’opera.
 
Tale confronto preliminare dovrebbe produrre con l’insieme delle aree negoziali dei professionisti ed operatori sanitari e sociosanitari produttori di salute, sia a rapporto di lavoro dipendente che a rapporto di lavoro convenzionale tra Governo, Regioni e Sindacati un accordo quadro unitario e comune per l’omogeneizzazione e l’adeguamento dell’organizzazione del lavoro alle scelte programmatorie determinate dal Patto per la Salute e dai Piani, propedeutico ai prossimi rinnovi contrattuali.
 
Così si potrebbe dar vita aduna fase nella quale prenda corpo un nuovo protagonismo propositivo e positivo del personale del SSN nella stesura non solo del Patto per la Salute ma anche di in tutti i provvedimenti riguardanti il personale, anche attraverso la partecipazione delle rappresentanze sindacali e professionali, superando le incertezze e le titubanze dei precedenti Esecutivi.
 
Personalmente e lo insegna bene la storia del nostro Paese, ma anche di altri ad iniziare dalla odierna Germania, sono convinto che la concertazione, ben gestita da tutte e due le parti, non sia un male assoluto bensì un processo positivo nel quale nello sviluppo della mediazione tra le parti possa emergere la comprensione, la consapevolezza e la condivisione, elementi necessari e sufficienti perché i mutamenti e le riforme possano esser vissuti come proprio patrimonio  e non imposti a forza dall’esterno.
 
Forse un Esecutivo non dico coraggioso ma certamente audace potrebbe avere il coraggio di innovare il rapporto di lavoro e la conseguente contrattazione del personale sanitario del SSN: decenni di esperienza di relazioni sindacali in questo settore maturata prima nel sindacato, poi al Ministero, in Regione, in Azienda ed ora in Aran mi hanno fatto maturare la convinzione che le centinaia di migliaia di medici, infermieri e le altre 27 professioni sanitarie sono una vera e propria categoria speciale almeno al  pari delle altre già riconosciute per legge.
 
Tutti professionisti con formazione universitaria e propri, autonomi ambiti di competenza, con tipologie di organizzazione del lavoro ed istituti contrattuali specifici, talora non omogenei né paragonabili né assimilabili al personale degli altri comparti.
 
Un Esecutivo ardimentoso evolverebbe il rapporto di lavoro e la conseguente contrattazione dei professionisti sanitari, ora dipendenti e convenzionati, in una categoria speciale, sempre contrattualizzata, ma con una normativa a sé stante, “liberando” il personale tecnico ed amministrativo sia dirigente che dei livelli in altro CCNL, per esempio quello delle Autonomie Locali e delle Regioni.
 
L’età e l’esperienza mi portano, però, a pensare ad obiettivi immediatamente raggiungibili “il minimo sforzo ma il massimo rendimento” e una nuova stagione di partecipazione da protagonista del personale del SSN e delle sue rappresentanze sindacali e professionali, all’elaborazione, monitoraggio, verifica e correzioni delle politiche di programmazione sanitaria e sociosanitaria, dopo tanto tempo che non avveniva più a livello nazionale, mi pare un obiettivo riformatore…quasi rivoluzionario…
 
In questo quadro potrebbero essere individuate, condivise e realizzate le corrette ed opportune soluzioni alle più emergenti questioni del personale, vero e proprio“esercito di nuovi eroi” quali sono le centinaia di migliaia di professionisti ed operatori del SSN, che,  dopo questo lungo inverno di blocco delle assunzioni, di blocco salariale, debolmente ed insufficiente mitigati da recenti normative e rinnovi contrattuali, da uno sfruttamento, ai limiti del caporalato, di fasce di precari con tipologie di rapporti anomali, stressati dal potere autocratico delle direzioni aziendali e dalle continue riorganizzazioni aziendali, è ora che venga dato loro giustizia avviando una nuova primavera con iniziative forte ed incisive.
 
Le specializzazioni dei medici e non solo
Certamente la prima iniziativa, come lo stesso Presidente del Consiglio come il Ministro alla salute, hanno già pubblicamente detto, dovrebbe essere quella di avviare una massiccia politica di assunzione di medici ed infermieri.
 
Io già mi accontenterei di chi dice “medici ed infermieri”,  dopo che si è parlato quasi sempre, per tanto, troppo tempo, solo di medici…; è evidente che questa affermazione  è un’espressione letterale ossia una sineddoche, cioè una parte del tutto; non sfuggirà, certamente,  ai nostri governanti che  il fabbisogno negli organici delle aziende sanitarie per rispondere alla tutela della salute, comprenda la pluralità dei professionisti sanitari e sociosanitari: ostetriche, professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione, della prevenzione, assistenti sociali, psicologi, farmacisti, biologi, operatori sociosanitari…tutte, nessuna esclusa, indispensabili per il pieno funzionamento del SSN.
 
Ormai, tutti hanno capito, finalmente, che non esiste una carenza di medici, tutt’altro, né di altri professionisti sanitari formati ed abilitati con laurea magistrale, veterinari, farmacisti, psicologi, biologi, chimici e fisici, bensì di specialisti di tali professioni; casomai esiste una decennale, cronica e patologica carenza di infermieri.
 
Anzi ogni anno, oltre la metà dei laureati ed abilitati alla professione di medico-chirurgo sono condannati senza alcuna speranza a non entrare nel mondo del lavoro medico del SSN, così come regolato dalla vigente normativa, creando uno spreco immane di risorse umane, professionali ed anche economiche i cui costi e pericoli sociali sono tutti ancora da verificare.
 
Per avviare a soluzione questa questione sarebbe necessario che per la professione medica sia previsto, senza se e senza ma, un ciclo unitario di formazione sia di laurea che di specializzazione rispondente ad una vera programmazione del relativo fabbisogno del SSN in tutte le sue articolazioni pubbliche, accreditate e autorizzate nonché delle altre aree di attività: sanità militare, servizi sanitari INPS/INAIL, enti di ricerca etc.
 
Andrebbe riaffermata la natura di formazione specialistica laddove la professione opera, cioè il SSN, recuperando e valorizzando sedi formative e docenti dello stesso SSN, ospedali non universitari ed IRCSS, che abbiano le caratteristiche di eccellenza ed accreditamento formativo pari alle stesse sedi universitarie, cioè Ospedali di Insegnamento rientranti a pieno titolo nella rete formativa specialistica post-laurea.
 
Per realizzare quanto sopra sarebbe necessario che l’offerta formativa annuale di specializzandi sia adeguata al fabbisogno reale della carenza avvalendosi anche delle strutture e dei docenti messi a disposizione del SSN ad integrazione delle potenzialità degli Atenei.
 
Considerato che i specializzandi nel corso del loro periodo di specializzazione diventano, man mano che perfezionano conoscenze e competenze, non semplici studenti ma una risorsa necessaria allo stesso SSN, sarebbe corretto e più funzionale che sia prevista l’evoluzione dell’attuale regime delle borse di studio  in una specifica fattispecie di vero e proprio contratto, a tempo determinato, di formazione – lavoro, contrattualizzato in uno specifico accordo nazionale prevedendo che sia progressivamente riconosciuta ed apprezzata allo specializzando una crescente autonomia professionale corrispondente alla sua verificata implementazione  di conoscenze e competenze.
 
Tale tipologia di nuovo trattamento normativo ed economico degli specializzandi sanitari non potrebbeò essere riservata solo alla professione medica, ma essendovi parità di doveri, dovrebbe essere estesa alle altre professioni sanitarie formate ed abilitate con laurea magistrale, finalmente, così, non saranno non più figli di un dio minore.
 
Le cure primarie, pilastro di pari dignità del SSN
In questo contesto andrebbe riconosciuta alla formazione in medicina generale la stessa normativa e dignità delle altre specializzazioni universitarie.
 
Anzi, il mutamento del quadro epidemiologico e demografico del Paese, nel quale incidono in prevalenza ultrasessantenni con polipatologie croniche, abbisognerebbe del potenziamento reale e non annunciato delle strutture e dei servizi territoriali per la tutela della salute, tale da essere un pilastro al pari di quello ospedaliero, sul quale si basi il SSN.
 
In questo quadro centrale sarebbe quanto opportuno e dovuto il rilancio della medicina e della sanità delle cure primarie ad iniziare dai medici di famiglia e dai pediatri di libera scelta, con il contributo determinante degli infermieri di famiglia/comunità, dell’ostetrica di comunità, degli psicologi di cure primarie nonché delle professioni sanitarie della riabilitazione in collaborazione con il servizio sociale professionale aziendale e degli enti locali, il tutto garantito realmente anche a domicilio del cittadino.
 
La centralità dei presidi e dei servizi sanitari e sociosanitari territoriali era ed è la portata discontinua e riformatrice della legge 833/78, un mantra più volte ripetuto da Governi nazionali e regionali, purtroppo un’attuazione reale mai all’altezza delle attese e dei bisogni; per cambiare realmente rotta bisognerebbe innanzitutto investire sul personale che vi opera.
 
L’evoluzione delle professioni infermieristiche e non solo                                                                                                                                                                         
La proclamazione nel 2020 da parte dell’OMS dell’anno internazionale dell’infermiere e dell’ostetrica, dovrebbe impegnare Governo, Parlamento e Regioni a perfezionare ed arricchire il percorso riformatore di queste professioni, come delle altre professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione,  tra i più avanzati nell’U.E., in particolare attraverso lo sviluppo delle specializzazioni e delle implementazioni di competenze, già previste dal contratto, ad iniziare dall’infermiere di famiglia/comunità e dall’ostetrica di comunità, che siano uno sviluppo qualitativo e quantitativo di tali incarichi funzionale parimenti al soddisfacimento dei bisogni di salute ed alla valorizzazione in numero elevato dei professionisti.
 
Ricordo che questo processo di riforma delle professioni sanitarie infermieristiche-ostetrica, tecniche, della riabilitazione e della prevenzione è stata ed è la maggiore e discontinua novità nell’organizzazione del lavoro e della formazione in questi ultimi venti anni che, per intensità e profondità, non ha pari in nessun altro comparto professionale
 
A questi professionisti andrebbero garantite le stesse modalità regolamentate per le professioni sanitarie normate nella dirigenza e cioè il sistema degli incarichi professionali previsto per ogni professionista, rinnovabile questo e quello organizzativo senza limite temporale, salvo valutazione negativa o soppressione dell’incarico nonchè il diritto ad esercitare l’attività intra moenia, non sussistendo più alcuna motivazione che li discrimini.
 
L’intra moenia non è il male assoluto bensì, se ben organizzata e gestita, come in Emilia-Romagna, ad esempio,  diviene una risorsa per il sistema, i cittadini e gli operatori.
 
Sarebbe ora che allo stesso tempo, sia rivista la loro formazione, adeguando i contenuti all’evoluzione in corso in particolare prevedendo indirizzi propriamente professionali specialistici nella laurea magistrale e non solo gestionali e didattici, implementare il numero dei docenti universitari provenienti da queste professioni e, parimenti, dando la stessa dignità ai docenti dei corsi universitari di tali professioni dipendenti dal SSN.
 
Infine dovrebbe essere incentivato da parte delle Aziende sanitarie, sedi di corso di laurea delle professioni sanitarie, il ricorso dell’istituto previsto dal CCNL del contratto di formazione-lavoro, di assumere in una quota parte predeterminata della carenza di organico i neolaureati infermieri e delle altre professioni sanitarie sia per accelerare in parte le procedure concorsuali che per fidelizzare le Aziende sulla formazione facendo loro intendere che non è un costo ma un investimento altamente produttivo.
 
L’area delle professioni sociosanitarie
La finalità del SSN, come definita dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, cioè la tutela della salute come "stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia" fa sì che debba essere attuata non solo in un sistema sanitario in senso stretto, bensì dando corso ad un’articolata e complessa attività con più professionisti ed operatori per individuare e conseguentemente modificare quei fattori che influiscono negativamente sulla salute individuale e collettiva promuovendo al contempo quelli favorevoli.
 
Per supportare tale strategia di promozione del benessere, giustamente l’articolo 5 della legge 3/18, ha previsto, contestualizzando quanto già previsto dall’art.3 octies del D.lgs n.502/92, l’area delle professioni sociosanitarie, già comprensiva dei profili di assistente sociale, educatore professionale, sociologo ed operatore sociosanitario ma anche nuovi profili da individuare in un settore, quale quello socio-sanitario, ad elevata espansione per l’attuale quadro demografico edepidemiologico.
 
La creazione di questa specifica area delle professioni sociosanitarie comporterebbe la riscrittura della desueta articolazione del personale del SSN nei quattro ruoli (sanitario, professionale, tecnico ed amministrativo) prevista dall’art.1del DPR n.761 del 1979 non più aderente all’evoluzione scientifica, tecnologica, normativa e formativa intervenuta nel trentennio successivo e che ha prodotto l’attuale sistema nel quale prevale la mission di salute più che di sanità in senso stretto.
 
Ad oggi l’unico profilo professionale istituito con una metodologia propria di quest’area è l’operatore sociosanitario che avrebbe, così, una giusta collocazione, risolvendo, alla radice, le questioni controverse legate al suo attuale inquadramento nel ruolo tecnico da una parte e dall’altra porrebbe nella giusta dimensione, il rapporto di collaborazione con le professioni sanitarie e sociali ad iniziare da quella infermieristica.
 
Dall’attuazione di questa area potrebbe trovare una risposta unitaria e convergente la vexata quaestio degli educatori formati a Medicina e quelli a Scienze delle Formazione, così come sarebbe prevista il rilancio ed il potenziamento del ruolo e delle competenze della professione di assistente sociale nonché la formalizzazione delle competenze del sociologo quale professione sociosanitaria.
 
La costituzione reale di quest’area delle professioni socio-sanitarie potrebbe dar corso a nuove legittimità ed operatività professionali in un ambito di intervento nel quale iscrivere alcune criticità attuali, relative a particolari profili che, nella suddivisione rigida in ruoli, non sono riusciti a trovare una adeguata collocazione e ai quali, invece, appare necessario rispondere positivamente cogliendo l’esigenza di dare ad operatori e professionisti il riconoscimento formale anche nella contrattazione nazionale.
 
In questa area andrà individuato un inquadramento adeguato e coerente per tutti quei profili professionali che non sono riconosciuti appieno all’interno dell’attuale sistema delle professioni sanitarie, ma che nella visione nuova di tutela della salute, ricoprono funzioni utili ed efficaci per il “piano terapeutico” e per l’intera organizzazione del lavoro.
 
In altri termini si darebbe così vita ad un nuovo e discontinuo scenario caratterizzato da un diverso pluralismo professionale più adeguato e funzionale non solo ad interpretare, ma anche a soddisfare i bisogni di salute e rispondendo così positivamente all’evoluzione della organizzazione del lavoro nella prevista integrazione sociosanitaria.
 
Le attese innovative dalla Commissione Paritetica
Tutte queste innovazioni per le professioni sanitarie e sociosanitarie potrebbero anzi dovrebbero trovare cittadinanza e avvio di soluzioni nei lavori prossimi della Commissione paritetica, prevista dal vigente CCCNL del comparto sanità, istituita presso l’ARAN che dal 30 settembre prossimo riprenderà i suoi lavori, per disegnare una nuova classificazione del personale del SSN.
Per realizzare tutte queste innovazioni ordinamentali e contrattuali sarebbe quanto opportuno  che Governo e Regioni  investino economicamente di più nel comparto sanità perché di investimento si tratta e non di costo, con ricadute immediate e mediate nella salute individuale e collettiva e quindi nella stessa economia del Paese.
 
La salute oltre il paradigma delle scienze biologiche e la sanità plurale
Infine, i nuovi LEA, purtroppo ancora non esigibili in molte Regioni, hanno implementato l’intervento “olistico” sull’individuo andando oltre l’intervento, fondamentale ma non unico, delle  scienze biologiche e quindi superando il concetto di organismo per andare verso quello di persona, dando così piena cittadinanza anche alle scienze psicologiche  per contribuire a promuovere e garantire la salute, soprattutto, ma non solo, nelle fasce deboli della popolazione con interventi sulla disabilità, maternità, infanzia, dipendenza.
 
In tal senso vanno tanti provvedimenti della Conferenza Stato-Regioni dal Piano della cronicità alla riorganizzazione del sistema dei Dipartimenti di emergenza – 118.
 
“Mettere al centro la persona” significa dare e talora ridare la giusta cittadinanza nel SSN alla psicologia e agli psicologi nel modo giusto e funzionale nelle varie fasi del diritto alla salute: prevenzione, cura, riabilitazione, quale parte integrante dell’intervento interdisciplinare che è l’unico che può garantire un approccio realmente “integrato” alla persona.
 
Dando cittadinanza piena e responsabile a tutte le professioni sanitarie con una legislazione ormai unitaria e non più di settore dalla legge Gelli alla legge 3/18 di riordino di tutto il loro sistema ordinistico, si è  definitivamente chiarito che insieme allo specifico e centrale  ruolo del medico, mai messo in discussione, l’intervento sanitario per la tutela della salute individuale e collettiva è il frutto dell’azione integrata di più componenti professionali, ognuna con il proprio ambito di intervento, ma tutte con un’unica e convergente missione: l’attuazione dell’articolo 32 della nostra Costituzione.
 
Che la Sanità sia plurale ormai è un concetto condiviso dai più…finalmente…i sogni di fine estate sono finiti ed ora aspettiamo che ci porterà la realtà..
 
Saverio Proia 
15 settembre 2019
© QS Edizioni - Riproduzione riservata