Cancro. Perché i vecchi si ammalano di più? Le mutazioni genetiche non c’entrano nulla

Cancro. Perché i vecchi si ammalano di più? Le mutazioni genetiche non c’entrano nulla

Cancro. Perché i vecchi si ammalano di più? Le mutazioni genetiche non c’entrano nulla
“Se il cancro fosse dovuto solo alle mutazioni genetiche dovremmo avere un rischio maggiore di sviluppo nell’adolescenza, quando si accumula la maggior parte di esse”. Le cause da ricercare piuttosto nel deterioramento del meccanismo di difesa degli organismi più vecchi. La ricerca su Oncogene.

“Se guardi il viso nelle foto di Mick Jagger del 1960 e poi lo metti a confronto con quello che si vede oggi nelle sue apparizioni, la differenza è lampante: il tessuto della pelle ha decisamente cambiato trama. Lungi dal voler associare il famoso nome del rock con il poco felice argomento del cancro, è stato proprio guardando questo tipo di cambiamenti che abbiamo ipotizzato che non sia l’accumulo di alterazioni genetiche nel tempo a provocare neoplasie, quanto più la modifica stessa dei tessuti, che promuove il numero di tumori che si verificano a una certa età”. Le parole sono di James DeGregori, ricercatore dell’Università del Colorado, autore di un articolo pubblicato su Oncogene che suggerisce una nuova prospettiva da cui guardare il tema del cancro.
 
Se si entra in un reparto di oncologia di un qualsiasi ospedale ci si aspetta di trovarci soprattutto persone anziane. Gli scienziati hanno sempre pensato che questo fosse dovuto al fatto che i tumori sono causati da una serie di alterazioni genetiche accumulate, e che dunque fosse probabile che in un tempo di vita maggiore se ne potessero accumulare abbastanza perché si sviluppasse la patologia. Ma forse questo non è del tutto vero.
Come spiega DeGregori, infatti, la maggior parte delle mutazioni che accumuleremo nella vita le abbiamo già collezionate entro la tarda adolescenza: “In un certo senso la curva che segue il numero di mutazioni e quella che descrive la probabilità di sviluppare cancro non corrispondono – ha spiegato – come a dire che se la malattia si sviluppasse quando si raggiunge quota cinque o sei mutazioni, il picco di maggiore incidenza si dovrebbe avere tra i ventenni, per i quali il tasso di alterazioni è più alto”. Cosa che invece non succede.
In più, ha aggiunto il ricercatore, anche i tessuti sani sono pieni di mutazioni oncogene. “Le alterazioni sono molto più comuni dei tumori cui sono associate”, ha commentato, il che significa che l’equazione che mette in rapporto biunivoco alterazioni e malattia non è del tutto corretto.
 
Dunque la realtà potrebbe trovarsi altrove. Secondo il ricercatore, invece che dal numero di mutazioni genetiche che si sommano, la nascita del cancro potrebbe dipendere piuttosto da un deterioramento del meccanismo di difesa degli organismi più vecchi. “Per spiegarmi meglio userò la metafora dei dinosauri”, ha continuato DeGregori. “Questi grandi esseri si erano abituati perfettamente all’habitat in cui vivevano. Poi arrivò il famoso meteorite che scombinò tutto il paesaggio e il clima, ma i dinosauri non avevano una capacità di adattamento abbastanza grande, ed è per questo che non sono sopravvissuti. E questo è un po’ quello che capita nell’organismo durante l’invecchiamento: cambia l’ambiente circostante. Le cellule sane sono ottimizzate per funzionare in organismi sani, quindi quando avviene una mutazione ‘cattiva’ in un corpo giovane questa viene subito riconosciuta come estranea e dunque in qualche modo corretta”. Ma nel corpo più anziano non è così: molti tessuti spesso non sono più tanto ‘sani’, e le cellule corrotte – ad esempio appunto da qualche mutazione – non vengono più isolate. “E dunque succede che i tessuti tumorali trovino un ambiente più favorevole di quelli non malati, e così si sviluppa il cancro”, ha provato a spiegare in maniera semplice il ricercatore.
Il tentativo di DeGregori è sicuramente affascinante, e comporterebbe forse la necessità di cambiare un po’ il paradigma di approccio alla ricerca. Ora si attendono le reazioni della comunità accademica, anche se il ricercatore sembra piuttosto sicuro di sé: “Continuerò a sostenere il fatto che c’è una relazione tra alterazioni genetiche e cancro. Tuttavia, le osservazioni appena fatte suggeriscono che forse il pensiero che semplicemente queste si sommino nel corso della vita potrebbe rivelarsi non corretto”.

04 Luglio 2012

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