Fibromialgia. Identificati 26 fattori di rischio genetici. Uno studio rafforza l’origine biologica della malattia

Fibromialgia. Identificati 26 fattori di rischio genetici. Uno studio rafforza l’origine biologica della malattia

Fibromialgia. Identificati 26 fattori di rischio genetici. Uno studio rafforza l’origine biologica della malattia

Un'analisi condotta dai ricercatori del King's College di Londra su oltre 2,5 milioni di persone, pubblicata su Nature Medicine, ha individuato 26 regioni del genoma associate al rischio di sviluppare la fibromialgia. I risultati indicano un ruolo centrale del sistema nervoso e aprono nuove prospettive per comprendere i meccanismi della malattia e sviluppare future terapie

La fibromialgia ha una chiara base biologica e il sistema nervoso svolge un ruolo centrale nel suo sviluppo. È questa la principale conclusione di un ampio studio internazionale pubblicato su Nature Medicine, che ha coinvolto ricercatori del King’s College di Londra e ha analizzato i dati genetici di oltre 2,5 milioni di adulti, tra cui circa 55.000 persone con diagnosi di sindrome fibromialgica. La ricerca ha identificato 26 regioni del genoma associate a un aumentato rischio di sviluppare la patologia, facendo luce sui meccanismi biologici che ne sono alla base.

La fibromialgia è caratterizzata da dolore e indolenzimento diffusi, affaticamento e disturbi del sonno, della memoria e dell’umore. Pur interessando circa il 2% della popolazione mondiale, le sue cause biologiche sono rimaste finora poco comprese.

Per lo studio, i ricercatori hanno confrontato milioni di differenze genetiche nel Dna di persone con e senza fibromialgia, individuando 26 varianti della sequenza genetica associate alla malattia. Molti dei geni coinvolti risultano essere legati alle funzioni del cervello e del sistema nervoso.

“Studiando il DNA di oltre 2 milioni di individui, possiamo essere certi che i risultati siano reali e che suggeriscano che la fibromialgia rappresenti un problema nella gestione del dolore”, ha affermato la professoressa Frances Williams, co-autrice senior dello studio e docente di epidemiologia genomica al King’s College di Londra. La ricercatrice ha coordinato l’integrazione dei dati provenienti da 11 studi condotti negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Finlandia, Estonia, Danimarca e Islanda, coinvolgendo complessivamente 53 ricercatori di sette Paesi.

Secondo gli autori, i risultati modificano profondamente la comprensione della malattia. “Questo lavoro cambia radicalmente il nostro modo di pensare alla fibromialgia. Per decenni, i pazienti sono stati liquidati o a loro è stato detto che il loro dolore era semplicemente di origine psicologica. I nostri risultati confermano che la condizione ha una chiara base biologica”, ha sottolineato il dottor Michael Wainberg, ricercatore del Lunenfeld-Tanenbaum Research Institute e dell’Università di Toronto, coautore senior dello studio.

Gli autori precisano tuttavia che i risultati non consentono ancora di sviluppare un test genetico per la diagnosi né nuove terapie, ma rappresentano un’importante base per comprendere meglio la biologia della malattia e favorire, in futuro, lo sviluppo di strumenti diagnostici e trattamenti più efficaci.

Il collegamento con la malattia di Huntington

Tra le 26 varianti genetiche individuate, quella con l’associazione più forte al rischio di fibromialgia è localizzata nel gene HTT, le cui mutazioni sono responsabili della malattia di Huntington, una grave patologia neurodegenerativa progressiva. Un’altra variante interessa il recettore GPR52, coinvolto nella regolazione dei livelli della proteina HTT e già oggetto di studio come possibile bersaglio terapeutico proprio nella malattia di Huntington.

Lo studio ha inoltre evidenziato una significativa sovrapposizione genetica tra fibromialgia e altre condizioni, tra cui lombalgia, sindrome dell’intestino irritabile e disturbo da stress post-traumatico. Secondo i ricercatori, meccanismi biologici condivisi all’interno del sistema nervoso potrebbero predisporre contemporaneamente allo sviluppo di queste patologie, spiegando la loro frequente coesistenza.

“Sappiamo che le sindromi da dolore cronico si presentano insieme negli individui e nelle famiglie e sono geneticamente simili. Intervenire sui meccanismi comuni che ne sono alla base potrebbe potenzialmente giovare a un intero gruppo di disturbi”, ha osservato Frances Williams.

Geni e fattori ambientali

Gli autori sottolineano che la genetica, da sola, non è sufficiente a determinare la comparsa della fibromialgia. Anche chi presenta numerose varianti genetiche associate alla malattia potrebbe svilupparla soltanto in presenza di ulteriori fattori di rischio, come condizioni artritiche dolorose.

“Comprendere come geni, esposizioni ambientali ed eventi della vita contribuiscano congiuntamente al rischio di sindrome fibromialgica è fondamentale”, ha dichiarato la dottoressa Nasa Sinnott-Armstrong, professoressa assistente al Fred Hutch Cancer Center e coautrice senior dello studio. “Ulteriori ricerche sui fattori scatenanti della fibromialgia e sui corrispondenti cambiamenti nei tessuti nervosi aiuteranno a capire cosa alimenta la fibromialgia e come trattarla”.

Per proseguire le ricerche, gli autori hanno fondato il Chronic Pain Genomics Consortium, che estenderà le indagini ad altre sindromi dolorose croniche, a partire dal dolore pelvico. Secondo Frances Williams, lo studio rappresenta solo il primo passo di un percorso più ampio: “Questo studio fornisce nuove e importanti informazioni sul perché alcune persone sviluppano la sindrome fibromialgica e identifica percorsi biologici che potrebbero portare a nuovi approcci terapeutici. Uno di questi percorsi è già al centro di sperimentazioni farmacologiche per la malattia di Huntington, aprendo la possibilità che la ricerca in corso possa in futuro portare benefici anche alle persone affette da fibromialgia. I risultati ci aiutano inoltre a comprendere meglio perché la fibromialgia si presenti così spesso insieme a condizioni come ansia e depressione, avvicinandoci a una comprensione più completa della patologia”.

29 Luglio 2026

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