I reumatologi: “Rischio di contagio per i nostri pazienti non aumenta ma se il virus li colpisce la prognosi può essere severa”

I reumatologi: “Rischio di contagio per i nostri pazienti non aumenta ma se il virus li colpisce la prognosi può essere severa”

I reumatologi: “Rischio di contagio per i nostri pazienti non aumenta ma se il virus li colpisce la prognosi può essere severa”
Il dato emerge dai primi risultati su 165 pazienti inseriti nel registro sugli effetti del Coronavirus nei malati reumatologici promosso dalla Società Italiana di Reumatologia. Si tratta di dati preliminari e relativi a marzo e aprile, quando cioè la pandemia ha registrato gli effetti più devastanti su tutta la popolazione. Ribadita l'importanza di proseguire comunque le terapie reumatologiche prescritte senza modificare il trattamento in atto poiché la maggior parte delle infezioni si sono verificate in pazienti con malattia non completamente controllata.

L’infezione da Covid-19 nei pazienti reumatologici non è particolarmente frequente e il rischio di contagio non sembra essere aumentato. Quando però il virus colpisce questi malati la prognosi può essere severa. E’ quanto emerge da “Control-19”, il primo registro avviato al mondo sugli effetti del Coronavirus nei malati reumatologici.
 
Il progetto è promosso dalla Società Italiana di Reumatologia (SIR) e i primi dati sono relativi a 165 pazienti in cura nel nostro Paese e che hanno contratto l’infezione. La ricerca è stata presentata oggi.
 
Nello specifico l’età media dei pazienti è di 62 anni e oltre l’80% proviene dalle Regioni del Nord più colpite dalla pandemia: Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto.
 
Le patologie al momento dell’infezione erano: artrite reumatoide (35%), spondiloartrite (21%), connettiviti (19%) e vasculiti (12%). Più del 50% dei malati presentava almeno due comorbidità.
 
I pazienti inclusi nello studio erano per il 70% ricoverati in ospedale e nel 7% dei casi si è resa necessaria la ventilazione meccanica in terapia intensiva.
 
“Si tratta di dati preliminari e relativi a marzo e aprile, quando cioè la pandemia ha registrato gli effetti più devastanti su tutta la popolazione – afferma il dott. Luigi Sinigaglia, Presidente Nazionale della SIR -. Ora andranno analizzati nel dettaglio ma ribadiamo in ogni caso l'importanza che tutti i pazienti proseguano con le terapie reumatologiche prescritte senza modificare il trattamento in atto poiché la maggior parte delle infezioni si sono verificate in pazienti con malattia non completamente controllata”.
 
“Dopo lo shock iniziale delle prime settimane siamo riusciti a riorganizzare l’assistenza reumatologica – aggiunge il prof. Roberto Caporali, Segretario alla Presidenza SIR -. Nelle nostre strutture sanitarie i percorsi sono ormai separati e possiamo proseguire a somministrare in piena sicurezza terapie, controlli medici ed esami diagnostici”.
 
La reumatologia è stata al centro dell’attenzione soprattutto nelle prime fasi della pandemia, in quanto molti farmaci utilizzati per il trattamento di alcune patologie reumatologiche sono stati proposti anche per contrastare gli effetti dell’infezione virale. “Dopo una prima fase di entusiasmo – sostiene il prof. Guido Valesini, Vice Presidente SIR – abbiamo cominciato a valutare i dati con il necessario rigore scientifico e ad oggi non abbiamo una risposta certa sulla efficacia di molte di queste terapie sull’infezione, né tanto meno sulla loro potenzialità preventiva. Sono necessari nuovi studi prospettici per pervenire a una risposta definitiva. Uno dei problemi emersi, negli ultimi due mesi in tutto il Vecchio Continente, è stata la carenza di alcuni farmaci e in particolare di clorochina e idrossiclorochina. Sono due molecole da anni utilizzate in reumatologia e di recente sono state sperimentate per la prevenzione o il trattamento di infezioni da Covid-19. La loro efficacia in realtà è risultata ridimensionata e adesso idrossiclorochina e clorochina non sono consigliate per uso comune al di fuori di studi approvati e tuttora in corso. Anche dai dati preliminari del nostro Registro risulta che ben il 16% dei malati assumeva idrossiclorochina e questo non ha impedito l’infezione. Vogliamo quindi rassicurare i pazienti sul fatto che in Italia non dovrebbero esserci più problemi di disponibilità di alcuni farmaci”.
 
“Anche altre terapie normalmente impiegate nel trattamento di malattie autoimmuni reumatologiche sono state sperimentate contro il Coronavirus – sottolinea Valesini -. E’ questo il caso dei farmaci inibitori di interleuchina 6 e del TNF-alfa. Potrebbero per la loro potente azione anti-infiammatoria avere un ruolo nella terapia dell’infezione. Tuttavia mancano al momento risultati definitivi”.

 

04 Giugno 2020

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