Ictus. Tra fratelli il rischio aumenta

Ictus. Tra fratelli il rischio aumenta

Ictus. Tra fratelli il rischio aumenta
E' del 64% in più la possibilità di avere un attacco ischemico se un fratello ne ha avuto uno. Ancora peggio per chi ha fratelli colpiti in età giovanile, il rischio sale addirittura al 94%. I risultati in uno studio svedese che ha seguito più di 180 mila pazienti in 20 anni. 

Chi ha un fratello o una sorella che ha avuto un ictus avrà almeno il 60% di probabilità in più di averne uno a sua volta. Questa la scoperta fatta dal Karolinska Institutet di Stoccolma, che sulla rivista Circulation: Cardiovascular Genetics mette in guardia chi ha una particolare familiarità con gli eventi cardiovascolari maggiori.
 
Il risultato emerge infatti da un massiccio studio sul rischio cardiovascolare che ha preso in considerazione elementi come età, sesso, o – appunto – la presenza in famiglia, in particolare tra fratelli e sorelle, di persone che avessero già avuto un ictus ischemico. Nel periodo andato dal 1987 al 2007 i ricercatori svedesi hanno infatti registrato ogni caso di ictus ischemico e controllato se un parente stretto, fratello o fratellastro, aveva avuto episodi simili in precedenza. In questo modo il team ha arruolato più di 30 mila pazienti di età media di 64 anni con questo quadro di familiarità, mentre altri 152 mila della stessa età sono andati a formare il gruppo di controllo.
Così gli scienziati hanno scoperto che i pazienti con fratelli e sorelle che avevano avuto un ictus aumentava avevano il 64% di possibilità in più di averlo a propria volta, mentre se si trattava di fratellastri o sorellastre questa percentuale scendeva al 41%. Ma nel caso in cui i parenti stretti avevano avuto l’episodio ischemico prima dei 55 anni di età, i pazienti avevano addirittura il 94% di probabilità che se ne avessero avuto uno a loro volta questo sarebbe arrivato in giovane età. “Quindi se si ha un fratello o una sorella che hanno avuto un ictus bisogna stare ancora più attenti alla propria salute, condurre una vita sana, tenere sotto controllo la pressione e fare esercizio fisico”, ha spiegato Erik Ingelsson, ricercatore che ha coordinato lo studio.
Purtroppo i ricercatori non avevano a disposizione altri dati sui fattori di rischio per i partecipanti allo studio, come i livelli di pressione o di colesterolo, perciò non hanno potuto valutare se l’influenza sui parenti stretti fosse dovuta più a fattori genetici o a quelli ambientali. Tuttavia, secondo Ingelsson il rischio potrebbe non essere dovuto solo al Dna: “Fratelli e sorelle spesso condividono anche stili di vita, e quelli sbagliati andrebbero cambiati”. Non sono inoltre disponibili, nello studio, neanche eventuali dati sui sottotipi di attacchi ischemici, che potrebbero portare a percentuali di rischio diverse. Mentre il genere non sembra influire sul pericolo.
Nell’attesa di ulteriori studi gli scienziati fanno raccomandazioni sia ai pazienti che ai medici che li curano: “Alla luce dei dati che emergono dallo studio, gli operatori sanitari dovrebbero prestare ancora più attenzione alla situazione familiare dei loro pazienti, e in caso spiegare con maggiore insistenza i rischi cui questi sono sottoposti. Questi, a loro volta, farebbero bene ad essere consapevoli che esiste una sorta di predisposizione alla patologia”.
 
Laura Berardi

13 Aprile 2012

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