L’obesità costa all’Italia oltre 20 miliardi ogni anno, lo 0,9% del PIL. Pesano i costi indiretti
In Europa rispetto al 1990, la prevalenza combinata di sovrappeso e obesità negli adulti è aumentata del 22%, mentre quella dell’obesità è cresciuta di oltre il 75%. Ma l’obesità non è solo un burden sanitario, si trasfigura anche in un peso economico importante per i Paesi europei, nel Report Efpia l'Italia al quarto posto per costi diretti e indiretti. IL REPORT
In Europa il 26% degli adulti vive con obesità e un ulteriore 30% con sovrappeso. Quasi un bambino su tre presenta sovrappeso o obesità. Rispetto al 1990, la prevalenza combinata di sovrappeso e obesità negli adulti è aumentata del 22%, mentre quella dell’obesità è cresciuta di oltre il 75%.
Ma l’obesità non è solo un burden sanitario, si trasfigura anche in un peso economico importante per i Paesi europei. All’Italia, ad esempio, costa 20,3 miliardi di euro ogni anno, ovvero lo 0,9% del PIL, classificandola come il quarto paese a cui questa patologia costa di più.
Sono i dati del report “The economic burden of overweight and obesity in Europe”, redatto e pubblicato dall’Office of Health Economics (OHE) e finanziato da EFPIA, la Federazione europea delle Industrie e Associazioni farmaceutiche. L’analisi ha coinvolto 8 Paesi europei: Regno Unito, Germania, Francia, Spagna, Italia, Irlanda, Grecia e Romania; cercando di delineare i costi dell’obesità da più prospettive naturalmente correlate.
Obesità e sovrappeso: i dati principali
Negli otto Paesi, il BMI elevato è associato ogni anno a circa 278 mila decessi e a quasi 8 milioni di DALY, cioè anni di vita persi per morte prematura o vissuti con disabilità. Numeri in progressivo peggioramento, in quanto la quota di mortalità europea attribuibile a BMI elevato è aumentata di oltre il 25% tra il 1990 e il 2023.
Un BMI elevato è associato a più di 200 complicanze, che possono portare il soggetto al decesso; la prima in assoluto è rappresentata dalle malattie cardiovascolari, che hanno causato 132 mila morti ogni anno. Inoltre, il BMI elevato è associato a più della metà dei decessi per diabete di tipo 2, al 44% dei decessi per malattie digestive e al 31% di quelli per malattia renale cronica.
Quanto ci costa l’obesità?
Il costo dell’obesità non ricade solo sui sistemi sanitari, chiarisce il report. Una parte molto rilevante di abbatte sulle assenze da lavoro, su una produttività ridotta, sull’uscita prematura dal mercato del lavoro e sulla mortalità prematura. I costi cosiddetti “indiretti” vanno dal 18% al 58% della spesa complessiva per singolo paese. In alcuni casi la spesa che si dedica all’obesità è la stessa riservata alla difesa o alle politiche abitative.
La classifica dei Paesi a cui l’obesità costa di più si apre con la Germania (€55,2 miliardi l’anno, 1,3% del PIL), seguono Regno Unito (43,2 mld) , Francia (23,3 mld) e Italia. Chiude la classifica la Romania con 2,5 miliardi di euro.
Come se la cava l’Italia
L’obesità costa all’Italia 20,3 miliardi ogni anno, circa lo 0,9% del PIL. Di questi, 12,9 miliardi sono costi sanitari diretti, mentre il restante 37% (7,5 miliardi di euro) sono costi indiretti. Questi ultimi rappresentati per 2,4 miliardi dall’assenteismo sul lavoro, seguiti da 1,7 miliardi per il presentismo (ovvero recarsi al lavoro anche malati e dunque non riuscire a garantire massima produttività), 1,4 miliardi per assistenza informale, 1,2 miliardi di inattività economica e 700 milioni di mortalità prematura.
Tra i costi sanitari diretti pesano soprattutto: diabete di tipo 2 per 3,8 miliardi; patologie muscoloscheletriche per 2,5 miliardi e malattie cardiovascolari, per 2,5 miliardi.
Il report riconosce però l’Italia un elemento di avanzamento, individuato nella recente riconoscibilità legislativa dell’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante, l’istituzione dell’Osservatorio per lo studio dell’obesità e di un fondo dedicato, pur evidenziando una forte distanza con l’operatività.
L’obesità è riconosciuta dalla legge, ma non risulta ancora formalmente incorporata nei LEA; sono le Regioni, con tempi e possibilità diverse, a dover garantire i percorsi assistenziali; il fondo dedicato risulta, guardando ai numeri, ancora prettamente “simbolico”; infine, l’Osservatorio ha un grande campo di azione, ma risorse minime.
Quali soluzioni per l’Europa
Il report Efpia indica positivamente la legislazione italiana, considerando il riconoscimento dell’obesità come patologia e non solo come fattore di rischio essenziale anche per gli altri Paesi. A questo, però, suggerisce di legare risorse per costruire nuovi percorsi di diagnosi, trattamento e cronicità.
Resta impossibile proseguire in questa battaglia senza una condanna ferma dello stigma legato al peso, troppo spesso interiorizzato negli ambienti di lavoro, in quelli ricreativi e anche in quelli sanitari. L’obesità non è una responsabilità del paziente.
Ancora si suggerisce di garantire sempre un continuum di prevenzione e cura, configurato in un modello che lavori sullo stile di vita, che renda i farmaci disponibili e l’accesso alla chirurgia bariatrica una possibilità, infine che garantisca un follow-up a lungo termine.
Ai decisori politici si consiglia di produrre sempre evidenze economiche, non solo cliniche, sull’obesità così da trasformare una questione sanitaria in una soluzione di ragione pubblica. Infine, in ottica europea, si raccomanda una maggiore collaborazione sulle buone pratiche tra paesi, una condivisione di strategie che possa portare tutti ad avanzare nelle gestione della patologia ora che si sono palesati strumenti efficaci come i farmaci agonisti del recettore GLP-1.
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