Meglio non prendere sotto gamba l’ipertensione

Meglio non prendere sotto gamba l’ipertensione

Meglio non prendere sotto gamba l’ipertensione
L’appello arriva dal Congresso della Società Europea di Ipertensione dove sono stati presentati i dati dello studio SHARE: più del 10% dei pazienti a rischio non viene trattato in maniera sufficientemente aggressiva.

È un campanello d’allarme che spesso i medici non tengono in sufficiente considerazione, l’ipertensione. E ciò espone i pazienti che ne sono affetti a un innalzamento evitabile del rischio cardiovascolare.
È quanto emerge dai risultati dello studio SHARE (Supporting Hypertension Awareness and Research Europe-wide) presentato a Oslo nel corso del 20° Congresso annuale della Società Europea di Ipertensione (ESH). Lo studio ha preso in esame il vissuto professionale di 2.629 medici di base e specialisti in tutta Europa da cui è emerso che spesso i medici trattano con troppa superficialità i loro pazienti ipertesi. Anche se il 76% ritiene il target pressorio suggerito dalle linee guida europee corretto (e un 5% lo vorrebbe addirittura più stringente), quando si analizza la pratica clinica le cose cambiano.
Il 29% dei medici reputa soddisfacente il raggiungimento di valori di pressione arteriosa sistolica sopra il target di 140 mmHg e il 15% si accontenta di valori di pressione arteriosa diastolica sopra 90 mmHg. Inoltre, in generale, i livelli di pressione che creerebbero preoccupazione sono significativamente più alti rispetto al target delle linee guida (149/92 mmHg) e tali livelli devono raggiungere soglie ancora più alte prima che i medici si sentano spinti a intervenire aggressivamente (168/100 mmHg).
Insomma, per molti pazienti, prima di arrivare ad assumere una terapia efficace per tenere a bada la pressione potrebbe passare molto tempo.
E le ragioni sono probabilmente svelate da un altro aspetto dell’analisi, che rivela come alla percezione del rischio non faccia seguito l’azione prescrittiva da parte dei medici. Infatti, anche se i medici sono ben consapevoli che soltanto la metà dei pazienti raggiunge i target di pressione arteriosa fissata dalle linee guida, stimano tuttavia che soltanto il 34% di essi rientri nella categoria dei “Challenging Patients”, cioè i pazienti a rischio che non riescono a raggiungere livelli di pressione arteriosa almeno di 140/90 mmHg. Pertanto – conclude l’analisi – si può concludere che più del 10% dei pazienti che ha valori pressori al di fuori dei limiti delle linee guida non viene trattato in maniera sufficientemente aggressiva oppure che i medici sottostimino il numero dei “Challenging Patients”.
Superfluo ricordare i rischi a cui questi malati vanno incontro: “il rischio associato a pressione arteriosa alta è ben documentato – ha commentato Josep Redon, primario del reparto di Medicina Interna e dell’unità d’Ipertensione del Policlinico universitario di Valencia e co-direttore dello studio SHARE – e qualsiasi paziente con pressione superiore a 140/90 mmHg necessita di trattamento clinico costante per arrivare a raggiungere il target e ridurre il rischio cardiovascolare. Sottostimando il numero dei Challenging Patients – ha aggiunto – i medici non riescono a riconoscere la reale portata del peso sanitario ed economico associato a questa tipologia di pazienti”.
L’ipertensione, infatti, rimane in Europa la principale causa di mortalità e morbilità. Come se non bastasse, i costi associati a un suo insufficiente controllo ammontano nel sola Vecchio Continente a quasi 200 miliardi di euro.  

22 Giugno 2010

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