Procreazione assistita. Dalla Svezia un nuovo metodo. Efficace anche nei casi più difficili

Procreazione assistita. Dalla Svezia un nuovo metodo. Efficace anche nei casi più difficili

Procreazione assistita. Dalla Svezia un nuovo metodo. Efficace anche nei casi più difficili
Il procedimento si basa sull’inibizione di una proteina che blocca la maturazione degli ovociti. La tecnica potrebbe aiutare tutte quelle donne che non hanno ovociti maturi nelle ovaie da sottoporre a fecondazione, o che si devono sottoporre in età puberale a cure oncologiche. Ma non la vedremo prima di 5 anni.

La difficoltà maggiore che si incontra nelle tecniche di procreazione medicalmente assistita? È che spesso non funziona. I cicli, costosi e fastidiosi per le donne che vi si sottopongono, funzionano molto meno della metà delle volte, con la conseguenza che o si deve ricominciare da capo, o si deve rinunciare. In più, in alcuni casi – ad esempio quando si è dovuto iniziare un trattamento chemioterapico prima della pubertà – queste tecniche non sono neanche disponibili. Una ricerca dell’Università di Goteborg potrebbe però aver cambiato qualcosa: gli scienziati hanno infatti scoperto che gli inibitori della proteina Pten potrebbero innescare la maturazione degli ovociti in cellule più mature e pronte per la fecondazione, migliorando così le possibilità dell’inseminazione in vitro. Questo risultato è stato pubblicato su PLoS One.
 
Lo studio sarebbe dunque utile soprattutto per tutte le donne che a seguito di una terapia oncologica sono diventate sterili, ma che non hanno potuto congelare embrioni o ovociti per preservare la loro fertilità, magari perché troppo giovani al momento della cura. In questi casi c’è bisogno infatti di prelevare tessuto ovarico che contenga ovociti immaturi: nella maggior parte dei casi questi tessuti vengono poi ritrapiantati a cura terminata, ma quando questo non è possibile le opzioni a disposizione finiscono. Non c’è infatti modo, al momento, di far sviluppare i gameti femminili al di fuori dell’organismo, seppure diversi gruppi di ricerca nel mondo stiano lavorando proprio a questo scopo.
 
Recentemente, uno di questi team potrebbe aver fatto un nuovo passo avanti: a partire da uno studio precedentemente pubblicato su Science,  che dimostrava come a inibire la maturazione delle cellule fosse la proteina Pten, hanno tentato di usare degli inibitori di questa molecola come strumento per promuovere il processo di crescita e sviluppo completo degli ovociti contenuti nel tessuto ovarico. “Lo studio dimostra che l’uso di questi farmaci per attivare queste celluline in laboratorio è realistico”, ha spiegato Kui Liu, a capo del team che ha scovato questo metodo. “La tecnica sarebbe utile anche per tutte quelle donne che hanno solo ovociti immaturi nelle ovaie, e che dunque non possono avvalersi dell’uso di fecondazione in vitro”.
 
L’équipe ha condotto lo studio su modello murino, riuscendo a far nascere con questo metodo cinque topolini perfettamente sani. Dunque i risultati sono stati dimostrati non solo in via teorica, ma gli scienziati hanno potuto osservare come – quantomeno sulle cavie – il procedimento non portasse allo sviluppo di malattie croniche per i topolini. Il team ha infatti osservato le condizioni cliniche delle cavie fino all’età di 15 mesi, che rapportato all’età umana corrisponderebbero a circa 70 anni. “Per questo siamo ottimisti: pensiamo che il metodo possa entrare a far parte della routine clinica in un periodo che va dai cinque ai dieci anni”, ha concluso il ricercatore.

26 Settembre 2012

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